APPRENDERE AL MUSEO:
DIDATTICA DEI BENI MUSICALI
Abstracts
Antonella Nuzzaci ed Elisabetta Pasquini, Quale didattica museale per i Beni musicali?
La relazione introduttiva intende porre sul tappeto i nodi del dibattito: come si può stimolare e favorire l’accostamento dei giovani e degli adulti ai Beni musicali esposti nei musei della musica? quale valore pedagogico-didattico assumono le testimonianze materiali della musica (partiture, libri, strumenti, dipinti ecc.) nella formazione culturale del cittadino? Tali interrogativi sono gravati dalla costitutiva ambivalenza del concetto stesso di ‘bene culturale’ applicato alla musica, ossia ad un’arte intrinsecamente immateriale.
A differenza dei musei artistici, i musei della musica puntano ai significati più che alle opere, all’apprendimento più che al godimento estetico: perché ciò avvenga, occorre però che le collezioni siano valorizzate da una didattica museale qualificata, nutrita di apporti disciplinari diversi. È dunque necessario discutere le specificità e le condizioni d’accesso a tale categoria di beni (cosiddetti “non consueti”), nonché le azioni e strategie didattiche che fanno della frequentazione dei musei un’esperienza durevole e qualitativamente apprezzabile sul piano degli apprendimenti.
Lorenzo Bianconi, Guardare cantare le carte
Il titolo connette capziosamente i tre processi estetico-cognitivi primari – guardare ascoltare leggere – attivati in un museo della musica. La connessione dei tre processi è concettualmente ovvia, ma all’atto pratico la sintesi è difficile, la coesistenza problematica. In senso proprio, se per ‘musica’ intendiamo l’arte dei suoni, i suoi musei saranno i teatri, le chiese, le sale da concerto in cui si conservano e si tramandano le opere d’arte musicali. I musei della musica come li conosciamo sono invece piuttosto collezioni di suppellettili e di documenti: mettono in mostra strumenti musicali, libri di musica e sulla musica, immagini riferite alla musica, non la musica. A quanto pare, il “vero” oggetto non c’è, è altrove. Nel Museo della Musica di Bologna, poi, l’oggetto – almeno latente – è ancora un po’ diverso: è l’idea della ‘storia della musica’ che, nell’età del razionalismo enciclopedico, spinse padre G. B. Martini ad avviare la sua raccolta di notizie informazioni partiture trattati dipinti. Un patrimonio stupefacente, che non va tenuto chiuso negli armadi di una biblioteca ma va fatto vedere e conoscere ai cittadini, iniziati o profani.
Il problema che si pone al museologo della musica è allora questo: come portare a sintesi ciò che si vede e ciò che si legge con ciò che vorremmo poter ascoltare? Vediamo oggetti doppiamente muti: gli strumenti, privi di suono, dicono poco alla nostra immaginazione senza la guida dell’organologo; le carte di musica, che nessuno suona o canta per noi, vanno decifrate in ciò che significano e rappresentano; la voce del Farinelli, irrecuperabile, è un fantasma di cui solo con gli occhi e con la mente cogliamo un barlume, un riverbero. La diffusione sonora di musiche negli ambienti del Museo andrebbe a cozzare nel paradosso di Kant – la musica è un’arte inferiore, giacché “disturba il vicinato” – imponendo ai visitatori il proprio tempo e il proprio spazio. L’audioguida, protesi uditiva del visitatore curioso, rappresenta un ripiego utile ma selettivo e insoddisfacente. Le risorse multimediali promettono un allettante ampliamento dello spettro estetico-cognitivo ma possono risultare invadenti nell’allestimento; rischiano inoltre di captare troppa attenzione da parte del visitatore.
Nella didattica museale sta forse la risorsa primaria di cui dispone il museologo musicale. Occorre istruire erudire istradare i visitatori; occorre farlo prima, durante e dopo la visita, senza con ciò distoglierli dalla contemplazione degli oggetti esposti. Opere, suppellettili e documenti vanno fatti “parlare” perché li si possa meglio guardare leggere ascoltare. Nella relazione verranno mostrati alcuni sussidi didattici che «Il Saggiatore musicale» e il Dipartimento di Musica e Spettacolo dell’Università di Bologna hanno elaborato prima ancora che il Museo della Musica di Bologna venisse aperto: per quanto embrionali, meritano tuttora d’essere esaminati, discussi e magari sviluppati, alla luce dell’evoluzione tecnologica in atto.
Raffaele Pozzi, Il museo della musica come luogo pedagogico e didattico
A partire da alcune considerazioni generali su concetti e norme attuali riguardanti i musei della musica, e sulla loro specificità nel più ampio panorama delle istituzioni museali, la relazione intende riflettere in modo particolare sul ruolo pedagogico e didattico di queste strutture. In Italia tale ruolo è stato ampiamente trascurato e vissuto di sovente come alternativo – se non addirittura in conflitto – con le funzioni di conservazione. Stenta ad imporsi nel nostro Paese una concezione di museo della musica come luogo vivo di mediazione culturale, di progettazione pedagogica e di pratica didattica. Si riflettono e si rinnovano in queste resistenze (cui fornisce un alibi il costante disimpegno dello Stato) la marginalizzazione e l’isolamento della musica nei nostri programmi scolastici e nel dibattito culturale.
Vi è dunque, oggi, la necessità di rompere questo isolamento e di inserire i musei della musica in un più ampio e coerente progetto pedagogico-didattico organicamente collegato con le altre agenzie formative della società, sì da trasformarli in luoghi di educazione musicale permanente, di lifelong learning. Data tale premessa, e attraverso l’analisi di alcune situazioni-tipo, la relazione propone un modello di museo della musica che sia luogo di educazione musicale del cittadino e sappia rispondere adeguatamente alle richieste e alle aspettative dei suoi visitatori, sia giovani sia adulti.
Françoise Buffet, Didactique muséale: une approche de l’“économie souterraine” de la communication culturelle et professionnelle
Il museo si rivolge tanto alla comprensione quanto all’immaginazione. Esso contribuisce a reinserire l’educazione formale in una nuova globalità educativa coerente e pertinente. Sotto questo profilo, la didattica del patrimonio musicale va affrontata non tanto come messa in opera di apprendimenti aggiuntivi entro la carriera scolastica, bensì come un’occasione propizia per sviluppare competenze di cittadinanza, nel quadro d’un progetto educativo che integri l’evoluzione delle conoscenze individuali con le pratiche sociali del soggetto.
L’analisi didattica punta a stabilire il miglior rapporto possibile fra il tempo di cui dispone l’educatore e (per un verso) la qualità delle notizie fornite nonché (per l’altro) la recezione, da parte di fruitori diversi, di informazioni che dovranno consentir loro di attuare un proprio personale progetto. Tale economia sotterranea della comunicazione a fini educativi corrisponde a una didattica dei saperi professionali della mediazione che deve tener conto di svariati aspetti: occorre infatti considerare la diversità degli “oggetti” che costituiscono il patrimonio musicale; costruire un rapporto col mondo; analizzare le forme della mediazione nei musei; attivare la doppia propedeutica del vedere e dell’ascoltare; comparare i punti di vista; rapportare le opere ai luoghi; tener conto dell’itineranza.
Silvia Ciriello, Carta canta… Parole e musica negli archivi del Centro di Didattica museale
Il Centro di Didattica Museale dell’Università di Roma Tre è stato istituito nel gennaio del 1994 al fine di documentare e orientare l’attività didattica svolta nei musei italiani. Il primo obiettivo è consistito nel raccogliere le informazioni disponibili e nello strutturarle in modo tale da poterle catalogare, per rispondere così alle esigenze di ricercatori, educatori e insegnanti impegnati nella didattica museale. A oggi sono stati raccolti oltre 3500 documenti didattici, prodotti prevalentemente da musei italiani.
A partire dai documenti conservati in archivio, nella relazione si darà conto dell’evoluzione diacronica della Didattica museale e delle interconnessioni con la Didattica generale, con particolare riferimento alla Didattica dei Beni musicali. Si cercherà inoltre di dare risposta ad alcuni interrogativi di fondo: quando è corretto parlare di ‘prodotto didattico’? quali variabili entrano in gioco in un’attività educativa? quali strategie si utilizzano per trasmettere messaggi culturali complessi?
Florence Gétreau, Conservazione, didattica museale e Beni musicali: dal progetto della Francia rivoluzionaria ai recenti musei rinnovati
Nel 1793 nasce a Parigi il progetto pedagogico e conservativo di un Institut national de musique, comprensivo di un «Cabinet d’instruments antiques, étrangers et à nos usages, qui peuvent par leur perfection servir de modèle»; la collezione era funzionale alla formazione di un pubblico assai eterogeneo, liutai compresi. Il gabinetto fu aperto al pubblico soltanto tre generazioni più tardi, e servì poi da modello (o da contraltare) per numerose altre collezioni pubbliche di strumenti musicali in Europa. La relazione descriverà le ambizioni e i risultati educativi raggiunti da tali istituzioni, riflettendo su alcuni temi ricorrenti sull’arco dei decenni.
Nella seconda parte si mostrerà invece come da vent’anni le istituzioni chiamate a gestire e tutelare il patrimonio parigino si siano orientate verso metodi scientifici e abbiano profuso sforzi senza precedenti per diffondere il sapere musicale. I programmi di ricerca, le attività didattiche assai diversificate, le lezioni svolte con regolarità, l’organizzazione di seminari e colloqui, e infine le pubblicazioni della più disparata natura sono la cifra della varietà e della professionalità di tali istituzioni.
Conny Restle, MIM – das klingende Museum: Vermittlung von Musik, Klang und Begriff am Berliner Musikinstrumenten-Musem
Fin dalla fondazione nel 1888, il Museo degli strumenti musicali di Berlino, ricco di circa 3500 strumenti dal secolo XVI al XX, ha perseguito la vocazione primaria di presentare e investigare il suono e la prassi esecutiva storica. L’offerta pedagogica, didattica, artistica e scientifica si basa sullo stretto collegamento con gli altri àmbiti di ricerca dell’Istituto di Musicologia del Patrimonio statale prussiano (Staatliches Institut für Musikforschung Preußischer Kulturbesitz). La relazione illustrerà in quali modi il Museo cura la mediazione pedagogica e la trasmissione didattica nei seguenti campi: ricerche organologiche e storico-musicali, restauro di strumenti storici, tecniche e prassi esecutive, problematiche acustiche; e ciò in relazione alle diverse fasce di destinatari, bambini, giovani o adulti, specialisti, studenti o ricercatori.
Accanto ai metodi consueti di presentazione – concerti, visite guidate, esposizioni tematiche, conferenze, convegni e congressi – sempre più spesso si ricorre alle risorse elettroniche: oltre internet, postazioni PC interattive che presentano video, testi, esempi sonori, banche-dati di immagini. Particolarmente innovativa è l’offerta di un’audioguida che presenta al visitatore una novantina di esempi musicali (per una durata totale di cinque ore abbondanti) riferiti a numerosi strumenti visibili nel Museo.
La proposta didattica del Museo e dell’Istituto è integrata dalle pubblicazioni: cataloghi di mostre; monografie su singole famiglie di strumenti o botteghe e ditte di organaria, liuteria, ecc.; guide alla collezione, per adulti e piccini; una serie apposita di registrazioni in CD su strumenti storici posseduti dal Museo; l’annuario dell’Istituto; i carteggi della Scuola di Vienna; quaderni su argomenti specifici; e la Bibliographie des Musikschrifttums online (annuario di bibliografia della letteratura musicologica universale).
Nico Staiti, Beni immateriali? Oggetti e musei della musica
La relazione prenderà in considerazione due diversi tipi di musei: quelli etnografici e quelli musicali. Musei del tutto diversi tra loro, ma accomunati da alcune non secondarie caratteristiche. Gli oggetti raccontano la storia della cultura in modo peculiare, diverso dalle fonti scritte; la loro collazione in raccolte pubbliche e private consente di circoscrivere e disegnare percorsi interpretativi specifici, e peculiarmente etnografici. In questa prospettiva, ogni museo è un oggetto di etnografia: anche quelli di più antica e consolidata tradizione, anche le quadrerie e, più in generale, le collezioni di oggetti d’arte. Ma i musei della musica e i musei etnografici sono accomunati da una non secondaria caratteristica, condivisa dai materiali in essi raccolti. Contengono perlopiù oggetti la cui funzione primaria – o una delle funzioni prevalenti – non è di natura estetica, oggetti che non sono fatti per stare in bella vista appesi a una parete, in una vetrina, su un piedistallo, su un tavolino nel salotto buono di casa. Rispetto al quale la parete, la vetrina, il piedistallo del museo a volte non comportano neppure la necessità di un trasloco: sono i loro originari luoghi di dimora ad avere cambiato destinazione d’uso. Diversamente dai quadri, dalle statue o dal vasellame, una zappa, una pagaia, un violino o un pianoforte sono fatti per essere maneggiati. La loro funzione primaria è di scavare un solco, di remare, di produrre suono. Il fatto che esistano zappe, pagaie, violini, persino pianoforti la cui funzione primaria è rituale o estetica, per i quali il vedere torna a prevalere sull’usare, o addirittura lo sostituisce, non basta a stemperare questa differenza; giova piuttosto a mostrarne i confini sfumati, ad aprire possibili ulteriori riflessioni sulle relazioni storiche e modali tra collezioni diverse per genesi e per natura. Gli oggetti contenuti nei musei etnografici e nei musei della musica rendono evidente quel che in misura più o meno grande riguarda gli oggetti tutti, raccolti in qualsiasi museo, di qualsivoglia natura e argomento: cioè che quelle testimonianze, una volta che sono state lì raccolte, iniziano una nuova vita, diversa dalla precedente; stanno là a significare altro da ciò che significavano prima, svolgono funzioni diverse.
Ma spesso la specificità del singolo oggetto, in ragione della quale è stato scelto in luogo di un altro, è poco o per nulla considerata ed esibita. Quell’oggetto era uno strumento, un mezzo per fare altro: e di quell’altro, non dell’oggetto, vogliono raccontare quei musei. Gli oggetti vengono trascurati o violati; i luoghi cessano di ospitarli per diventare, da musei, “mostre” o “installazioni” nelle quali il rapporto diretto tra chi osserva e l’oggetto osservato spesso si disperde in azioni sceniche o in usi impropri. Chi scrive intende schierarsi a favore di un’impostazione sobria e tradizionale, che restituisca agli oggetti e allo sguardo di chi li osserva le funzioni loro proprie; a favore di un’impostazione didattica che restauri la fruttuosa fatica dell’osservazione, della comprensione, della lettura, in luogo delle pappe pronte servite in tavola dalle perverse collaborazioni di curatori e architetti che sostituiscono il proprio sguardo, il proprio punto di vista a quello dei visitatori. A questo è già sufficiente la televisione.
Daniela Castaldo, Archeologia e didattica dei beni musicali
La relazione prende le mosse dalle esperienze didattiche svolte nel Museo Civico Archeologico di Bologna, che da anni dedica ampio spazio alle visite guidate e ai laboratorii per le scuole, per proporre alcune riflessioni circa l’uso dei materiali archeologici nella didattica dei Beni musicali. Grazie al confronto con le attività condotte anche in altre istituzioni museali, si cercherà di mettere a fuoco questioni e metodi relativi all’uso dei reperti archeologici nell’insegnamento della Storia della musica delle civiltà antiche. Linda Tesauro, “Metti in gioco la musica”: il progetto didattico del Museo internazionale e Biblioteca della musica di Bologna
Il Museo della Musica di Bologna nasce nel 2004 con l’obiettivo di gestire, tutelare e valorizzare il patrimonio musicale del Comune di Bologna: attraverso libri di musica e sulla musica (manoscritti e a stampa) di tutte le epoche, strumenti musicali e dipinti di soggetto musicale, il percorso espositivo ripercorre sei secoli di storia della musica d’arte europea.
Data la complessità e la specificità di tale patrimonio, gli educatori di “Metti in gioco la musica”, il laboratorio didattico del Museo, hanno ideato percorsi differenziati per i diversi ordini e gradi scolastici, grazie ai quali i giovani visitatori si accostano alle collezioni museali in modo divertente e dinamico. Con gli oltre 15 000 bambini che accoglie ogni anno, il Museo della Musica si inserisce nel sistema formativo della città, partecipando attivamente alla costruzione e alla trasmissione della cultura musicale; particolare attenzione è dedicata alle occasioni di condivisione transgenerazionale, grazie a cicli di incontri e laboratorii per bambini e genitori.
Utima modifica: 09/03/2010
tel. 051.2092000 - fax 051.2092001 - e-mail: segreteria@saggiatoremusicale.it

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