Luca Scarlini, Lustrini per il regno dei cieli. Ritratti di evirati cantori, Torino, Bollati Boringhieri, 2008, 96 pp.

I cantanti evirati, indiscussi prim’attori della musica europea nei secoli XVII e XVIII, sono stati oggetto negli ultimi decenni di numerose pubblicazioni, il cui rigoglio è riconducibile a diversi fattori: la Baroque Renaissance che, equipaggiata di prassi esecutive “storicamente informate”, ha cominciato a riscoprirne in concerto e in disco il ricchissimo repertorio; l’esigenza, in àmbito musicologico, di affrontare con taglio scientifico e in modo sistematico un tema in passato toccato marginalmente e spesso in chiave aneddotica; e infine uno Zeitgeist più laico e tollerante che, accettando sul piano morale e sociale forme di identità sessuale in passato censurate e condannate (si pensi all’omosessualità o alla transessualità), ne incentiva oggi un rinnovato studio, anche nelle loro manifestazioni storiche.

Nel quadro della letteratura recente sui castrati, in cui potremmo distinguere il filone proclive all’aspetto aneddotico e romanzesco, quello della musicologia specialistica, e tra i due quello che coniuga rigore musicologico e intento divulgativo, il saggio di Luca Scarlini percorre una strada nuova.

L’autore, saggista e drammaturgo, si cimenta nel tentativo ambizioso di ricostruire la figura del cantante evirato utilizzando un approccio diversificato, che mette a frutto l’indagine storica, la storia dell’arte e le testimonianze letterarie, gli studi di genere e la storia dell’estetica. È un approccio affascinante e complesso, che si sforza di scavalcare gli steccati disciplinari e punta alla rinnovata comprensione di un fenomeno assai sfaccettato, lo studio del quale indubbiamente si avvantaggia di un metodo programmaticamente interdisciplinare.

Il testo è articolato in un’introduzione e cinque brevi capitoli, che mettono progressivamente a fuoco la figura del castrato tramite alcuni ritratti: da Felice Cancellieri nella Pistoia secentesca ad Alessandro Moreschi nella Roma dei primi del ’900. Nell’introduzione, sottotitolata “Fasto e lacrime”, l’autore, sottolineata la realtà tragica della castrazione praticata per l’intrattenimento sacro e profano, procede in un rapido ma denso excursus che ne ricostruisce ideologia e pratica, attraversando le antiche civiltà orientali, l’antichità greco-romana, il mondo islamico e mozarabico, giungendo fino alle chiese e ai teatri della Roma secentesca. Scarlini, con un accorto intarsio di fonti letterarie e storiche, accompagnate da puntuali rimandi bibliografici, tratteggia con agilità questa millenaria storia che, approdata alla fine del ’500 nelle chiese di Roma, vede ribadito nei primi eunuchi pontifici l’antico nesso fra castrazione e dimensione sacra. Sarà, da lì a poco, il nascente teatro d’opera a conferire a queste sublimi voci una nuova funzione profana e spettacolare. Nell’affrontare l’epoca d’oro dei castrati l’autore non si fa sedurre dal bagliore dei “lustrini” e dalla vertigine degli acuti, ma è attento indagatore delle zone d’ombra, sottolinea la difficile condizione psicologica di questi artisti, ne rimarca, al di là dei trionfi e degli splendori sulle scene, l’incerto riconoscimento sociale, concesso peraltro solo ai più grandi. Si apprezza, in questa parte introduttiva, la capacità di cogliere negli atteggiamenti mentali, nelle rappresentazioni collettive e nei fenomeni estetici elementi di “lunga durata”, non circoscrivibili all’età barocca, quali il fascino esercitato dall’androginia o l’apprezzamento per il canto in falsetto del moderno sound barocco e pop.

Ciascuno dei cinque capitoli è dedicato a singole figure di castrati, non sempre i più famosi e conosciuti. Il primo prende in esame due casi emblematici della Pistoia del ’600: quello del nobile e potente Cancellieri e quello della famiglia Melani, di bassa estrazione sociale, che annoverò ben quattro castrati in una stessa generazione. Gli eunuchi erano talvolta figure complesse e prismatiche, cantanti, ma anche ambasciatori e diplomatici, come nel caso di Cancellieri, o messaggeri e spie come nel caso di Atto Melani. Segue un capitolo dedicato a Filippo Balatri (1682-1756), musico dei Medici inviato alla corte di Mosca, tanto remota quanto esterofila, in un ruolo a metà fra l’ambasciatore culturale e l’attrazione esotica. È l’unico castrato di cui ci sia giunta un’autobiografia, preziosa. L’ambiente mediceo al tramonto è ricostruito con grande efficacia, nei suoi aspetti saturnini e decadenti, anche attraverso un’originale analisi di fonti iconografiche.

Nel breve terzo capitolo sul Farinelli, l’autore focalizza l’attenzione sugli ultimi anni bolognesi del grande cantante, piuttosto che sulle vicende londinesi e spagnole, dimostrandosi più attento alla psicologia del personaggio che alle notevoli vicende della storia musicale in cui l’evirato ebbe un ruolo di primo piano. Il quarto capitolo è dedicato a Giovan Battista Velluti, ultimo grande castrato che calcò le scene nel primo quarto dell’800, in opere importanti di Rossini, Morlacchi e Meyerbeer; il quinto ha per protagonista il cantore della cappella pontificia Alessandro Moreschi, soprannominato “l’angelo di Roma”, morto nel 1922. Scarlini ne ricostruisce la parabola in una dannunziana Roma fin de siècle, i cui salotti e le cui cappelle ancora dimostrano di gradire, un attimo prima del Futurismo e della Grande Guerra, l’ineffabile voce degli evirati.

Se nel libro, nel complesso affascinante e riuscito, si possono individuare alcuni punti deboli, essi sono riconducibili alla complessità dell’approccio metodologico: l’analisi interdisciplinare, con la sua ricchezza di riferimenti e rimandi, incorre talvolta in liaisons un po’ ardite, in collegamenti suggestivi sì ma divaganti. A tale riguardo ricordiamo la conclusione del libro, in cui l’autore inanella, quasi a voler alludere all’eterno ritorno del mito dei castrati, un brano cantato da Moreschi, un video della pop star Kylie Minogue e una performance londinese del sopranista contemporaneo Ernesto Tomasini.

Si tratta comunque di piccole mende, che non inficiano il positivo giudizio di fondo, relativo a un libro che si distingue per brillantezza di scrittura e versatilità interdisciplinare. Una ricchezza in grado di suscitare l’interesse del lettore comune e dello studente, ma che allo stesso tempo lancia una stimolante sfida metodologica allo storico e al musicologo.

Giacomo Gibertoni
[06.IV.2010]

 

 

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Utima modifica: 13/04/2010
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