Marina Mayrhofer, Appunti su “Don Carlos”, Roma, Aracne, 2009, 178 pp.
Come Mayrhofer dichiara nella Premessa, il volume raccoglie gli “appunti” delle lezioni sul Don Carlos verdiano tenute nel corso di laurea in Lettere moderne all’Università Federico II di Napoli. Il titolo da un lato rivela la modestia dell’autrice, considerata la compiutezza del discorso, dall’altro indica che il lettore non deve attendersi tanto nuove ricerche quanto una presentazione di studi altrui in funzione didattica.
Tutt’altro che scontata appare la scelta di questo capolavoro per un corso monografico rivolto a studenti non esperti di musica. Si tratta invero di una scelta coraggiosa: per chi non ha mai visto o ascoltato un melodramma – ed è purtroppo il caso più frequente, tra i nostri ventenni – non deve essere facile confrontarsi, pur ben guidato, con un’opera così lunga e complessa dal punto di vista drammaturgico e ideologico, e soggetta a così tanti tagli e rifacimenti da parte di Verdi. Come si sa, la ricostruzione di questo gigantesco affresco ha tenuto impegnati molti valorosi musicologi, come Andrew Porter, David Rosen e soprattutto Ursula Günther che, nell’edizione sinottica attualmente di riferimento (Milano, Ricordi, 1980), distingue ben sette versioni dell’opera.
Uno dei meriti principali di Mayrhofer sta proprio nel ben riassumere i punti salienti di questi studi, fornendo nel contempo indicazioni funzionali, dal punto di vista didattico, a districarsi nella lettura del libretto e della partitura del Don Carlos. Il sommario consta di cinque parti intitolate sic et simpliciter ai cinque atti del grand opéra francese, considerato come testo base; in appendice, l’elenco e la descrizione delle “sette versioni” dell’opera e molti esempi musicali.
Alcune considerazioni dell’autrice hanno una valenza didattica generale. Mayrhofer spiega ai suoi studenti quanto diverse ed eteronome possano essere le fonti d’un melodramma, quanto molteplici i fattori che concorrono alla sua genesi. Oltre alla fonte letteraria principale, il Don Carlos di Friedrich Schiller, Mayrhofer discute anche del Philippe II Roi d’Espagne di Eugène Cormon (1846), cui si devono alcune situazioni dell’atto I francese; si fa cenno pure a fonti iconografiche, come l’incisione in rame cinquecentesca, conosciuta dai librettisti Joseph Méry e Camille du Locle e forse visionata anche da Verdi (pp. 73, 76): ad essa s’ispirarono per la scena dell’autodafé, che non ha l’equivalente in Schiller. Si può aggiungere che, prima di entrare in medias res, forse non sarebbe stata inutile, specie dal punto di vista didattico, una paginetta sul sistema delle voci e dei ruoli (cfr. L. Bianconi, Parola, azione musica: Don Alonso vs Don Bartolo, “Il Saggiatore musicale”, XII, 2005, pp. 42-44), tanto più che Mayrhofer dà utili informazioni circa la formazione del cast e circa l’influenza che i cantanti ingaggiati, in alcuni casi specifici, esercitarono sulla scrittura vocale e sulle scelte creative del compositore (pp. 43, 49).
In conclusione, si tratta di un tipo di volume di cui si sente un gran bisogno nel panorama editoriale musicologico e didattico italiano: agili e aggiornate letture critiche di capolavori musicali, concepite per i corsi universitari, ormai sempre più spesso frequentati, come sappiamo, da studenti che leggono poco o nulla la musica, e quindi soprattutto nella prospettiva della didattica dell’ascolto. Negli ultimi anni gli editori Carocci e Albisani hanno fornito pregevoli monografie su opere di musica strumentale: con particolare piacere si saluta quindi l’apertura dell’editore Aracne al melodramma, nella speranza che ci possa essere un seguito.
Saverio Lamacchia
[06.IV.2010]
Utima modifica: 13/04/2010
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