Charles Rosen, Piano Notes. Il pianista e il suo mondo, Torino, EDT, 2008 («Risonanze»), x-206 pp.
L’ultima fatica letteraria del pianista e musicologo statunitense Charles Rosen mette a tema l’«esperienza di suonare il pianoforte» (p. IX), e in particolare l’esperienza del pianista di professione. È un vasto mondo, quello che Rosen ci mostra, attingendo dalla sua personale esperienza di pianista e dalle sue competenze di musicologo. Rosen stesso ci indica un tema principale che, nelle sue variazioni, unifica l’intero libro e che non a caso è il punto di partenza del suo viaggio musicale: «l’atto fisico del suonare», il corpo (del pianista ma anche del pianoforte), messo in relazione con la mente, ovvero con tutti gli «aspetti della musica generalmente considerati più intellettuali, spirituali ed emozionali» (ibid.).
Nel primo capitolo (“Corpo e mente”) Rosen si sofferma su problemi relativi al rapporto fisico del pianista con lo strumento, alla tecnica pianistica e alla prassi di comporre al pianoforte. Il secondo e il terzo capitolo (“Ascoltando il suono del pianoforte”; “Lo strumento e i suoi difetti”) sono invece dedicati allo strumento stesso: vengono discusse le caratteristiche del suono del pianoforte, i suoi pregi e limiti. Nel quarto capitolo (“I conservatori e i concorsi”) l’autore passa in rassegna il mondo dell’insegnamento pianistico nei conservatorii e dei concorsi pianistici, non senza lasciar trapelare una certa qual allergia per le istituzioni musicali preposte alla formazione dei pianisti. D’altronde Rosen, come egli stesso dichiara, non si è mai dedicato (se non sporadicamente) all’insegnamento del pianoforte, ed è una mancanza che tra le righe si percepisce. Rosen, infatti, considera alcune questioni importanti dell’insegnamento, tratta del sistema conservatoriale statunitense e del problema dell’apprendimento di un repertorio vasto come quello pianistico; ma nella sua panoramica tralascia una parte importante del mondo del pianista, il respiro che deriva dal rapporto quotidiano, fortemente personale, che si instaura tra maestro e allievo nell’insegnamento della musica.
Il quinto e il sesto capitolo, dedicati rispettivamente all’esperienza del concerto e a quella delle incisioni, ci conducono sul terreno della performance. Rosen provocatoriamente domanda: «per chi si suona in pubblico?», interrogativo che viene poi trasformato in: «per che cosa si suona?». La risposta è tutt’altro che scontata: «si suona per la musica» (p. 103), in quanto «ogni esecuzione rappresenta l’occasione di avvicinare l’opera musicale al suo livello ideale di esistenza oggettiva» (p. 104). Del mondo della discografia sono messi in luce difficoltà e “trucchi” (in particolare l’uso del montaggio), in quanto secondo Rosen «lo scopo di un’incisione non è dimostrare la propria superiorità, ma realizzare la migliore registrazione possibile» (p. 139); l’uso del montaggio in studio non è mal visto, semmai «ciò che è veramente insopportabile nei confronti del pubblico, della musica e di se stessi, è fare un disco scadente. Il montaggio diventa un problema morale solo se il risultato è un’esecuzione che manca di omogeneità» (p. 140).
Il settimo e ultimo capitolo (“Stili e maniere”) è il più ampio. Molte riflessioni sono dedicate allo stile esecutivo e al problema, sempre scottante, dell’interpretazione: «un’interpretazione dovrebbe dare sempre l’impressione di un contatto fresco con la musica, di un approccio originale che rispetti l’opera» (p. 162). Viene tracciato un breve profilo storico del repertorio pianistico, messo in relazione alle varie occasioni esecutivo (concerto pubblico, Hausmusik, esecuzione personale). Un’ultima parte del capitolo, infine, affronta il problema della musica del Novecento, raccolta sotto l’unica bandiera del “modernismo” (termine certamente troppo ambiguo per accogliere la varietà della musica di tutto un secolo).
Come si può notare da questa breve panoramica, che sintetizza i principali argomenti trattati nel libro, il territorio che Rosen ci invita ad esplorare è assai vasto, né lo si può descrivere nei dettagli in poco spazio. Certo non è questo l’intento del libro, che fin dal titolo ci avverte che le pagine offerte al lettore, per quanto ricche e stimolanti, sono soltanto annotazioni (anche se, certo, di alto livello). È quasi una sfida lanciata al lettore, che, trascinato da una scrittura brillante e coinvolgente, non può fare a meno di porsi domande su un mondo apparentemente noto, ma in realtà tutto da scoprire.
Giovanni Salis
[06.IV.2010]
Utima modifica: 13/04/2010
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