Jean-Jacques Nattiez, Profession musicologue, Montréal, Presses de l’Université de Montréal, 2007, 72 pp.
Nel 2006 i tipi dell’Università di Montréal hanno dato vita a una collana, diretta dallo storico della letteratura francese Benoît Melançon, dal titolo «Profession». L’oggetto, descritto nella quarta di copertina dei volumi finora usciti, è identificato da alcuni quesiti: qual è il ruolo dei ricercatori, degli intellettuali, dei docenti, e del mondo universitario in generale, in seno alla comunità? chi sono? che cosa fanno di preciso?
L’interesse di una simile collana è indubbio. Essa ha il pregio di affrontare di petto domande ben presenti nel pensiero del nostro tempo, circa il rapporto tra sapere, cultura e società, tra Università e cittadinanza. I volumetti sono peraltro concepiti per raggiungere un pubblico vasto: agili, scritti in un linguaggio comprensibile a tutti, possono essere letti da cima a fondo in un paio d’ore. Non da ultimo, la proposta editoriale costringe, o per lo meno ha costretto gli autori che si sono finora cimentati nell’impresa, a riflettere sul senso della propria professione, e non solo – o non in modo prevalente – sul senso che essa ha per loro, ma sul ruolo che essa può rivestire nella e ‘per’ la società.
Tra le figure professionali chiamate a rispondere a tali interrogativi (astronomi storici filosofi psicologi sinologi eccetera, per un totale, a oggi, di 14 pubblicazioni), si trova anche il nome di un acclamato musicologo, Jean-Jacques Nattiez, docente della Facoltà di musica dell’Università di Montréal. Profession musicologue si apre con la descrizione di un’esperienza probabilmente piuttosto comune tra gli habitués delle nostre pagine: alla domanda “e tu, di che cosa ti occupi?”, la risposta “faccio il musicologo” eleva al di sopra del capo del nostro interlocutore medio degli evidenti punti di domanda... Ebbene, nel giro di neppure venti pagine lo studioso canadese riesce a tratteggiare in modo nitido gli oggetti della disciplina, le sue ramificazioni e quelli che oggi si chiamano gli ‘sbocchi professionali’, lasciando spazio – nelle seguenti quaranta pagine – a due possibili esemplificazioni del ‘lavoro del musicologo’, tratte dalla sua personale esperienza. Nel primo esempio, Nattiez presenta una propria ricerca dedicata ad una poco nota opera pianistica di Wagner, di cui cerca di ricostruire la vicenda compositiva, equiparando l’indagine storica a quella poliziesca. Nel secondo, ritroviamo l’autore nei panni dell’etnomusicologo che si dedica allo studio della musica degli Inuit. Non ritengo sia rilevante in questa sede entrare nel merito della descrizione disciplinare di Nattiez; è forse più utile riflettere qui sulla proposta culturale in sé della collana universitaria canadese.
Qualche anno fa, il direttore della rivista «Il Saggiatore musicale», Giuseppina La Face, scriveva che «nei prossimi anni sarà giocoforza affrontare con più decisione le problematiche inerenti alla trasmissione del sapere musicale, essenziali per la vitalità e la crescita della disciplina. La disciplina va non soltanto costruita, ma anche divulgata».1 Ciascun socio o semplice lettore delle pagine elettroniche del «SagGEM» sa fino a che punto tali temi siano stati oggetto di riflessione in questi ultimi anni. L’impegno del «Saggiatore musicale», associazione che – lo ricordiamo – ha sede nel Dipartimento di Musica e Spettacolo dell’Università di Bologna, e del «SagGEM», e l’iniziativa delle edizioni dell’Università di Montréal, sono chiari sintomi di una presa di coscienza, e al contempo un atto di responsabilità, del mondo universitario: sempre più apertamente l’Università si impegna direttamente nella trasmissione di quel sapere che essa, in quanto istituzione, provvede a produrre e conservare.
L’accento posto sull’aspetto della trasmissione, che obbliga a prendere coscienza delle problematiche dell’apprendimento e dell’insegnamento, a ponderare le scelte circa il ‘che cosa’ trasmettere e circa il ‘come’ farlo, non deve far dimenticare alcuni interrogativi che dovrebbero sempre rimanere presenti alla mente del docente, del letterato, dell’erudito e dell’intellettuale. Il galileiano lettore del «Saggiatore musicale» potrebbe chiamare tali interrogativi “massimi sistemi”, e le domande poste dalla collana Profession vi somigliano molto: perché lo studio di determinate discipline è importante? a qual fine e ‘per chi’ vengono coltivate? Se l’Università degli Studi non si vuole mutare in una Particolarità degli Studi, sarà bene che ciascuno dei suoi componenti – dal professore ordinario alla matricola – continui a chiedersi perché si trova lì, qual è il senso che lo studio che conduce può avere nella società di cui fa parte, in che modo contribuisce al benessere (alla qualità morale) dell’uomo.
Maria Semi
[28.IV.2010]
1) Il lettore trova il testo integrale dell’intervento alla pagina
http://www.saggiatoremusicale.it/rivista/futurostella.php
Utima modifica: 12/05/2010
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