Roger Scruton, La cultura conta. Fede e sentimento in un mondo sotto assedio, Milano, Vita e Pensiero, 2008, 116 pp.

La metafora dell'assedio associata ad una riflessione sulla cultura - l'abbiamo già incontrata nel saggio di Claudio Giunta L'assedio del presente (recensito in questa rubrica) - ritorna anche nel volumetto di Roger Scruton, docente dell'Institute for the Psychological Sciences della Virginia e noto in àmbito musicologico per una Aesthetics of Music (Oxford, Oxford University Press, 1997; recensito da Michela Garda in «Il Saggiatore Musicale», VII, 2000, pp. 434-441). Tuttavia l'assedio di Giunta e quello di Scruton muovono da differenti orizzonti e l'analogia tra i due testi si limita al fatto di essere due riflessioni contemporanee sul ruolo della cultura nella nostra società.

Scruton articola il proprio breve saggio in sette capitoli. Nella prefazione egli definisce la cultura differenziandola dalla semplice informazione. La cultura è «una fonte di sapere: sapere emotivo su che cosa fare e che cosa pensare» (p. 10). L'obiettivo polemico di Scruton è ciò che egli chiama la 'cultura del ripudio' e 'la nuova censura': con queste formule egli designa quanti (fautori del multiculturalismo, decostruzionisti, ecc.) hanno contribuito dall'interno ad un sovvertimento dei valori della cultura occidentale e condotto al relativismo.

In un capitolo dedicato a 'Sapere e sentimenti' (pp. 41-55) l'autore suddivide il sapere in tre categorie: il sapere che, il sapere come, e il sapere che cosa. È in particolare su quest'ultimo che egli si concentra: per Scruton è fondamentale che il sapere insegni all'individuo che cosa sentire in determinate occasioni; di conseguenza, il mondo della cultura costituisce per lui una riserva cui attingere per "prepararci alle gioie e alle sventure che un giorno o l'altro affronteremo" (p. 50).

Il quinto capitolo del volumetto ('Insegnare la cultura', pp. 69-79) può rivelarsi di particolare interesse nell'economia di questa rubrica: esso ospita infatti un paragrafo dedicato a 'Insegnare la musica'. Scruton mostra qui una concezione piuttosto povera delle funzioni formative della musica; di conseguenza le sue argomentazioni in favore del sostegno del patrimonio "classico" sono molto deboli. Agli educatori che "pensano che non ci siano ragioni vincolanti per insegnare ai giovani ad amare Mozart piuttosto che il complesso pop o rap che al momento è al centro dell'attenzione" (p. 72), Scruton risponde che il 'canone' ha particolari potenzialità come forma di educazione sentimentale, poiché è maggiormente capace di generare "risposte empatiche" e "plasmare la nostra vita interiore". L'autore non si rende conto di appiattire per intero la musica a mero risuonatore di esperienze interiori, e che, così facendo, ne cancella la dimensione di vero e proprio sapere. Il sapere che cosa sentire diviene l'unico valore sulla base del quale giudicare una musica (ma lo stesso vale per arte e letteratura) e il fatto che la musica possa avere di per sé qualcosa da 'dire' e che sia necessario imparare a farla 'parlare' non viene neppure preso in considerazione.

Nel leggere il testo di Scruton si percepisce davvero un 'assedio'. Il suo orizzonte è quello di un paese che si sente in guerra. L'assedio metaforico si tramuta in uno "scontro tra culture", una Cultura con la 'c' maiuscola - quella per cui propende l'autore - e quella degli 'altri', siano essi altri popoli (le allusioni critiche e capziose al mondo islamico sono continue) o i sostenitori della 'cultura del ripudio'. L'educazione che egli propone sembra essere in linea con il clima bellico del volumetto: per prepararsi allo 'scontro' bisogna addestrare le truppe e insegnar loro che cosa devono sentire. La cultura diviene un serbatoio standard di risposte emotive fisse e stereotipate. Come la cultura possa insegnare a pensare, e a farlo in modo libero e autonomo, e cosa la cultura ci racconti è una questione che a quanto pare non sfiora il nostro autore.

Maria Semi

 

 

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Utima modifica: 03/11/2009
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