Giorgio Vuoso, Filosofia della musica e pedagogia musicale, Roma, Aracne, 2003, 118 pp.
Il titolo del volume di Giorgio Vuoso - pedagogista, ricercatore nell'Università di Roma Tre - addita un apparente vuoto teorico: in Italia non vi sono testi che si occupino in modo programmatico del nesso 'filosofia della musica - pedagogia musicale'. Tuttavia, dalla lettura dell'opera di Vuoso è difficile farsi un'idea chiara circa il rapporto tra le due discipline.
Il libro si compone di dieci capitoli. Tali capitoli non danno luogo ad un percorso orientato, che conduca il lettore da un punto ad un altro: a volte sembra quasi di trovarsi di fronte a libere associazioni, i nessi fra le parti non sono logici. Si passa da brevi paragrafi dedicati all'ermeneutica musicale (pp. 22-23) e alla 'musica come linguaggio' (pp. 23-24), a 'il mutamento dello spettacolo musicale' (pp. 29-30) e 'dei melismi' (pp. 31-33).
Quale idea di filosofia della musica e quale di pedagogia musicale emergono dal volume? Nella premessa, Vuoso sostiene che "filosofare sulla musica significa capirne lo sviluppo" (p. 9). Ammesso che le cose stiano in questo modo, l'autore non sembra dare seguito all'idea espressa, per quanto il terzo e quarto capitolo presentino una cavalcata dalla 'monodia e polifonia sacra e profana' al 'Novecento musicale': il tutto in 25 pagine. Il dubbio che "filosofare sulla musica" in questo contesto divenga sinonimo di 'dire quel che mi fa venire in mente la musica' è forte.
Quanto al concetto di pedagogia musicale, anche questo rimane immerso in una nebulosa indistinta. L'autore sembra attribuire all'educazione musicale il compito di palesare il "carattere gnoseologico e scientifico della musica" (p. 15), ma al tempo stesso disconosce il ruolo che la musicologia può svolgere in questo campo, dicendo a chiare lettere che "non si tratta di fare musicologia, intesa come un metodo da imporre alla prassi musicale. Si tratta piuttosto di portare alla soglia della consapevolezza la natura della musica". Certe affermazioni potrebbero anche essere accettate nella loro genericità, come questa: "l'ascolto diventa apprendimento. La musica è scuola, quando non è passatempo" (p. 13); ma la proposizione suggella un passo in cui l'autore si dà al più sfrenato determinismo sociale, affermando che "la casalinga che cucina non può apprezzare il 'Piano Concerto in A minor' di Grieg" [sic!].
Forse ancora più grave è l'uso acritico della terminologia musicologica. Ad esempio, nel paragrafo 'dei melismi', l'autore spiega che "per 'melismi' qui si intende (in accezione allargata) tutto ciò che è caratteristico della musica come disciplina" (p. 31). Certo, la lingua si basa su convenzioni, ma tali convenzioni le attribuiscono un significato e non si può decidere all'improvviso che quando dico 'gallina' in realtà voglio dire 'ippopotamo'. Se pensato in chiave didattica, un tale uso del lessico tecnico della musicologia rischia di rivelarsi particolarmente pernicioso. Se tra i compiti del docente vi è quello di insegnare ai propri allievi a parlare della musica mediante una terminologia appropriata, l'adozione di un testo come quello di Vuoso non può che condurre ad effetti controproducenti.
A volte l'oblio è il commento più giusto ed eloquente. Tuttavia non credo che un testo come Filosofia della musica e pedagogia musicale debba passare sotto silenzio e ritengo che la pubblicazione di un tale saggio debba far riflettere. Che la musicologia possa venire percepita come istanza normativa della 'prassi musicale', che la filosofia della musica si tramuti in 'ciò che uno pensa sulla musica', che l'educazione musicale possa essere pensata come appannaggio di una classe elitaria (cfr. l'esclusione a priori della 'casalinga') sono segnali preoccupanti, e come tali vanno presi sul serio.
Maria Semi
Utima modifica: 03/11/2009
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