Edward Muir, Guerre culturali. Libertinismo e religione alla fine del Rinascimento, Bari, Laterza, 2008, 148 pp.

Il saggio storico-culturale di Muir integra aspetti che ricadono in àmbiti disciplinari distinti ma correlati: in primo luogo una prospettiva storico-sociologica getta nuova luce sull’interpretazione di alcuni tra gli eventi più significativi del secolo XVII, in secondo luogo tale lettura incoraggia un’analisi circostanziata dei fattori e delle contingenze che hanno alimentato la fioritura dell’opera in musica a Venezia, destinata poi ad imporsi quale genere musicale-teatrale dominante nell’Italia e nell’Europa moderna.

L’autore prende le mosse dalle dispute filosofiche condotte in accademie e università, principali luoghi di cultura dell’epoca, per investigare alcune tra le cause più dirompenti della crisi tardorinascimentale: il crollo dell’idea dell’uomo come «incarnazione di una singola idea divina» (p. 7), tipica del pensiero medievale e rinascimentale, e la conseguente esigenza di intraprendere una tenace ricerca d’identità. Una crisi, insomma, che porterà l’uomo a scoprirsi nella propria interezza, ad integrare nella propria coscienza sia la dimensione spirituale, sia la dimensione fisico-sensoriale. Di qui l’esigenza di dar vita a nuovi paradigmi espressivi, che – tra tanti altri generi artistici – trovarono ampia e piena manifestazione nell’opera in musica, tripudio delle gioie dei sensi e degli affetti.

La fluidità dello stile e l’essenzialità del contenuto fanno del saggio di Muir un testo assai utile tanto allo storico dell’opera quanto al docente di storia della musica o al semplice appassionato che intenda approfondire il contesto generativo del teatro d’opera e le forme artistiche ch’esso assunse nella sua prima rigogliosa fioritura e diffusione. Sia lo storico professionista sia lo studente troveranno un’analisi lucida e puntuale dei principali eventi che hanno dato luogo alle dispute intellettuali più aspre nel secolo seguìto alla Controriforma.

Se nello studio della letteratura come della storia una delle maggiori difficoltà consiste nell’inquadrare l’opera o l’evento secondo prospettive multiple, che consentano di restituire i fatti nella loro originaria complessità, schivando cioè una visione di tipo monoculare, ecco che l’apporto fornito da questo libriccino di Muir risulta didatticamente fruttuoso: le argomentazioni fornite inducono in chi legge un atteggiamento di tipo problematico, propizio alla formazione di un sapere flessibile e perciò potenzialmente più ricco. La storia viene qui riconsiderata e ridiscussa nell’intento di offrire un più ampio spettro di possibilità interpretative, che non si eludono a vicenda ed anzi mostrano il carattere plurivalente di ciascun fenomeno singolo e lo ricollocano perciò con quanta maggior esattezza possibile nel contesto intellettuale originario.

Il saggio si articola in tre sezioni. Nella prima, Gli scettici, il cannocchiale di Galileo e il mal di testa di Cremonini (pp. 15-57), l’autore analizza i contrasti sorti tra gli accademici dell’Università di Padova, roccaforte dello scetticismo aristotelico, e il locale Collegio dei Gesuiti, impegnato a screditare l’aristotelismo averroista propugnato dai primi, che metteva in dubbio la dottrina cristiana dell’immortalità dell’anima. Figura centrale nel dibattito è Cesare Cremonini (1550-1631). Il magistero di Cremonini, titolare della cattedra di filosofia aristotelica, influenzerà profondamente il pensiero dei promotori dell’Accademia degli Incogniti e dei suoi principali membri, un cenacolo di tendenze libertine che agirà – sotto il profilo intellettuale – come primario fautore e propulsore dell’opera in musica a Venezia nel secondo trentennio del secolo.

Nella seconda sezione, I libertini: il divorzio celeste (pp. 59-97), Muir compendia le polemiche – palesi o clandestine – alimentate dagli intellettuali libertini contro i tre «pilastri dell’ortodossia cattolica» (p. 63): il papato, la Compagnia di Gesù, la monarchia spagnola. A impegnarsi sulla linea di fuoco della polemica sono ancora una volta alcuni Accademici Incogniti, che sfruttano la libertà di pensiero, d’espressione e di stampa di cui possono godere sotto la protezione della Repubblica Serenissima.

Tra i temi più dibattuti, in lampante contrasto con la morale cristiana, sono l’attenzione rivolta alle filosofie esoteriche e la proclamata legittimità della ricerca del puro piacere fisico, che a sua volta va contestualizzata in senso storico-sociale: in discussione è il ruolo e il significato della vita sessuale individuale in un contesto caratterizzato dal calo dei matrimoni nel ceto patrizio. L’apogeo dell’opera veneziana coincide infatti con un momento storico in cui la pratica della monacazione forzata delle figlie femmine e la restrizione dei matrimoni ai primogeniti – per preservare i patrimoni famigliari – è al culmine; di conseguenza, ai cadetti delle famiglie aristocratiche non rimane che definire la propria vita sessuale al di fuori dei legami matrimoniali. Spiccano gli audaci scritti dell’“incognito” Ferrante Pallavicino, quale Il Divorzio celeste (1643), una feroce critica contro il papato che mostra il Cristo in atto di divorziare dalla Chiesa di Roma, ma anche i libelli pubblicati da Suor Arcangela Tarabotti che, sostenuta da Giovanni Francesco Loredan, fondatore degli Incogniti, denuncia l’inferno della monacazione imposta alle figlie femmine.

Ma le accademie private sono soprattutto serbatoi d’idee che vengono divulgate in pubblico tramite il teatro d’opera. Nel 1641 si apre il teatro Novissimo, il primo teatro concepito appositamente per la rappresentazione di opere eroiche in musica, che consacra il successo di personaggi come il letterato Giulio Strozzi, il compositore Francesco Sacrati, l’architetto e scenografo Giacomo Torelli, la prima donna Anna Renzi.

Gli orientamenti artistici degli accademici veneziani sono beninteso antitetici rispetto a quelli perseguiti – fuori di Venezia – dai gesuiti. Nella terza sezione del libro, I librettisti: Poppea nel palco dell’opera (pp. 99-138), Muir mette in contrasto le due tendenze: da una parte il teatro gesuita, drammi in latino su soggetti edificanti, pensati più come forma di preghiera alternativa all’esercizio spirituale; dall’altra le tendenze libertine propugnate dalle accademie, che propongono in scena soggetti inusitati. In questo contesto appare la prima opera d’argomento storico, L’incoronazione di Poppea di Giovan Francesco Busenello, musica attribuita a Claudio Monteverdi. L’opera, che celebra lo sposalizio d’un imperatore tiranno e d’una cortigiana adultera, offre un lieto fine almeno apparente – la sorte infelice toccata a Poppea è nota tanto agli spettatori dell’epoca quanto a noi –, rappresenta in termini invero trasparenti un sovvertimento della morale comune e manifesta un inquietante spirito decadente.

Sara Elisa Stangalino

 

 

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Utima modifica: 03/11/2009
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