La terza giornata dell’ascolto a Padova: un progetto (abbastanza) riuscito
Per il terzo anno consecutivo si è svolta a Padova una manifestazione musicale (ma non solo), finanziata dall’Assessorato alla cultura e spettacolo. L’iniziativa aspirava a una certa originalità, e per questo se ne dà notizia in questa sede, ma anche perché essa ha fatto riferimento a riflessioni che in anni recenti hanno trovato ampio spazio nella rivista «Il Saggiatore musicale». In altre parole, potrebbe considerarsi uno spin-off (io preferisco dire ‘sviluppo’) della discussione sull’inquinamento musicale e più generalmente sulle problematiche dell’ascolto. O, se si preferisce, una pragmatica ‘via padovana’ per affrontare tematiche che, con il linguaggio e le procedure della comunità scientifica, il «Saggiatore musicale» ha validamente promosso. Si vuole qui tracciare un breve bilancio dell’esperienza, per quanto possibile disincantato, sia per fissare il senso del progetto, sia per rilevarne il successo ma anche quel tanto di insuccesso che serve per capire e procedere oltre.
La Giornata dell’ascolto è nata come idea nel 2005 e ha comportato per la prima edizione (2007) una preparazione di un anno e mezzo circa. Ci si proponeva di architettare una manifestazione che, nel corso di una sola giornata, offrisse alla cittadinanza esperienze musicali fortemente diversificate fra loro e soprattutto differenti condizioni d’ascolto, fra loro comparabili, secondo il principio che la conoscenza promana dall’apprezzamento delle differenze. L’accento della manifestazione è programmaticamente trasferito dall’opera musicale-feticcio, oppure dall’esecutore-feticcio, al processo d’ascolto in quanto tale. L’opera-feticcio ovvero l’esecutore-feticcio passano in secondo piano e divengono strumenti della dimensione esperienziale dell’ascolto, la quale rappresenta il centro progettuale. Il mezzo per ottenere un tale risultato è da un lato un’attenta scelta dei luoghi (adeguati ai differenti repertorii e dunque al diverso tipo di ascolto) e del formato: il quale non doveva necessariamente corrispondere a quello del concerto tradizionale ottocentesco (pur senza escluderlo a priori) ma doveva flettersi a soluzioni diverse. In particolare si richiedevano agli artisti esecuzioni generalmente più brevi (e meno ‘ingessate’) rispetto alle consuetudini. Per fare esempi concreti, così come l’installazione musicale elettroacustica Il tempo sospeso di Carlo De Pirro (nel 2007) non prevedeva la ‘forma concerto’, nemmeno lo richiedeva nel 2009 l’esecuzione delle serenate per fiati di Mozart al tempietto dei Giardini Treves, uno dei luoghi più suggestivi e nascosti della città. Non saprei dire se l’idea di base sia originale, in realtà a me pare addirittura ovvio che le condizioni per le quali una musica è stata pensata sollecitino – una volta restituite – un ascolto adeguato; ma è un’ovvietà dalla quale la vita musicale corrente per lo più rifugge.
Un secondo principio sul quale ci si è basati era quello di non costituire una proposta ‘di genere’ (sia essa dedicata alla musica ‘contemporanea’, ‘antica’, ‘jazz’ o quant’altro): viceversa i generi convivevano nel tentativo, per una volta ben riuscito, di mescolare i gruppi di pubblico ‘stabilizzati’. È da ricordare che nelle tre edizioni, oltre a una prevalente offerta di brani di repertorio, sono state commissionate dall’Amministrazione comunale non meno di tre composizioni originali per anno e un numero significativo di recuperi (fra i quali mi piace ricordare le musiche della Sinagoga padovana, magnificamente eseguite). Oltre al brano di De Pirro citato sopra, venne commissionata una serenata per fiati e un brano polifonico per il coro dell’Università nel 2007, una installazione elettroacustica lineare di 350 metri realizzata da undici compositori lungo un portico nel 2008, e infine nel 2009 un brano elettroacustico a sei mani per la Piazza delle Erbe, dato in contemporanea con una realizzazione di ‘musica concreta’ (i rumori quotidiani del mercato, ma proposti nella piazza vuota).
Terzo principio è stato quello di privilegiare i gruppi musicali locali (tanto professionistici quanto amatoriali), con l’aggiunta (temperata dai limiti del bilancio) di interventi extraeuropei (dall’Iran e dalla Turchia). Complessivamente il Comune di Padova ha investito nelle tre annate circa 240'000 euro per sessantacinque ‘eventi’ gratuiti, con la collaborazione di un migliaio di musicisti e una partecipazione di pubblico stimata in 15'000 persone. Al di là delle cifre, che possono dire poco o molto a seconda di come vengano lette, vorrei provare a tracciare un bilancio, in parte anche autocritico, delle tre Giornate. Ciò che ha funzionato meglio è probabilmente la dimensione psico-sociale della manifestazione: i partecipanti si sono trovati a vivere la città (percorsa in varie direzioni da gruppi di persone che si spostavano fra i luoghi storici destinati agli ascolti) in modo insolito e suggestivo, con un gradimento palese delle proposte musicali (gradimento che non ha differenziato fra gruppi amatoriali e professionali, giacché non è un segreto che l’entusiasmo dei primi a volte sopravanza il cinismo dei secondi); era palpabile una certa eccitazione di chi si trovava ‘per forza’ (se mi si consente l’esagerazione) ad esperire tipi di ascolto non mai immaginati prima. E dunque anche la mescola dei generi ha dato prova di rinfrescare (incrinare?) le abitudini d’ascolto, così come la proposta di ascoltare – per esempio - la musica persiana seduti per terra, su tappeti beninteso persiani.
Ha funzionato meno (in quanto è stata capita meno) la sovrabbondanza dell’offerta: sebbene infatti si scoraggiasse (tanto nei programmi a stampa quanto nella comunicazione radiotelevisiva) la tentazione di ‘ascoltare tutto’, bisogna ammettere che il teorema di un ascolto ‘sobrio e consapevole’ ha dovuto soccombere di fronte alla curiosità, tanto che non pochi hanno lamentato la parziale sovrapposizione cronologica degli eventi (in realtà pianificata proprio per ‘obbligare’ ad una scelta). Inoltre i formati ‘non concertistici’ hanno trovato forte resistenza da parte dei gruppi musicali (non tutti, ma la maggior parte), singolarmente attaccati alle proprie abitudini e poco disponibili a sperimentare; c’era anche da aspettarsi – e difatti si è puntualmente verificato – che gli esecutori fossero poco disposti a rinunciare alla propria condizione di ‘feticcio’, alla quale evidentemente tengono moltissimo (anche in questo caso con eccezioni significative). Da questo punto di vista è stato chiaro che il progetto si spingeva un po’ troppo in là rispetto allo stato presente delle cose, circostanza della quale peraltro sono più fiero che dispiaciuto. Solo mi sarei aspettato (ingenuamente) che le cose stessero in modo un po’ meno scontato. Il titolo e sottotitolo che ho scelto per l’editoriale della terza edizione (“La giornata dell’ascolto: tre passi nell’utopia”) la dice lunga su quello che si è imparato strada facendo: fra l’altro che la più sensibile resistenza passiva al nucleo fondamentale del progetto (cioè all’ascolto come ‘centro’ dell’esperienza) veniva spesso da chi avrebbe dovuto capirlo meglio, i musicisti.
Sebbene il Comune di Padova abbia proposto una ripresa della manifestazione, non ci sarà nel 2010 una quarta Giornata dell’ascolto, non perché si valuti negativamente l’esperienza complessiva ma perché penso sia vero il proverbio secondo il quale un bel gioco dura poco. Tre anni sono sufficienti a sperimentare una formula, capirne i limiti e andare oltre. Resta l’intenzione di convogliare la riflessione musicologica verso esiti di una rilevanza sociale avvertibile. Come penso dovrebbe essere sempre.
Sergio Durante
Utima modifica: 09/12/2009
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