Convegno internazionale di Studi
«Sopra il gusto moderno»: civiltà musicale a Napoli nell’età di Pergolesi
Napoli, 28-31 gennaio 2010.

Pergolese è il titolo di due melodrammi, apparsi nello stesso anno 1857: il primo, su libretto di Temistocle Solera e intonato da Ronchetti Monteviti, andò in scena a Milano (Scala), l’altro, prodotto dalla coppia Quercia-Serrao, fu rappresentato a Napoli (Teatro del Fondo). «Mostruoso a vedere un Pergolesi coi baffi», si legge in una cronaca dell’epoca, seguita all’allestimento delle due opere, dalla quale Lucio Tufano ha preso spunto per la sua indagine («Mostruoso a vedere un Pergolesi coi baffi». Serrao, Ronchetti Monteviti e il mito in scena, 1857), esposta in modo brillante e con dovizia di documentazione, nel corso del primo Convegno internazionale di Studi – ve ne saranno altri cinque tra il 2010 e l’11 – indetto per celebrare il terzo centenario della nascita del compositore di Jesi: «Sopra il gusto moderno»: civiltà musicale a Napoli nell’età di Pergolesi.

Il contributo prima citato era compreso in una sessione del convegno in cui il mito Pergolesi, sorto attorno alla figura del musicista scomparso a soli ventisei anni di «tabe etica», è stato discusso sotto vari aspetti. Ma la tematica generale del convegno ha consentito di spaziare ben oltre il margine biografico, come si può dedurre dal titolo stesso di questo primo incontro, che richiama le parole scritte nella relazione con la quale il musicista ventiduenne, dopo il successo de Lo frate ’nnamorato, fu presentato per essere assunto nella Cappella Reale della città, all’epoca soggetta al vicereame austriaco. Nella relazione si fa infatti riferimento «al bisogno che tiene la Cappella Reale de soggetti che compongono sopra il gusto moderno»: ‘gusto moderno’ da individuare in uno stile che sta per emanciparsi dalle maniere barocche, per diffondersi via via in tutta l’Europa.

Tra le ricerche più significative emerse da queste giornate di studio si segnalano gli studi sulla formazione degli allievi dei quattro principali conservatorii napoletani. In merito, gli interventi di Rosa Cafiero («Esistevano in Napoli quattro Licei, fra noi detti Conservatorj»: formazione musicale e «Armonica carriera» nell’età di Pergolesi) e Giorgio Sanguinetti (Imparare la composizione attraverso l’improvvisazione. I partimenti di Greco e Durante) hanno procurato il presupposto delle riflessioni svolte da Stefano Aresi (Nicola Porpora, l’autoimprestito e il paradigma del gusto: antico, moderno, nuovo, napoletano, italiano, francese) e Cesare Fertonani (I molti enigmi delle Sonate per violino di Porpora), che hanno preso in esame alcuni esemplari della produzione di Nicola Porpora. In quest’ultima, l’“enigma” è dato non solo dall’assenza di notizie relative ad un eventuale dedicatario del corpus delle Sonate per violino dell’operista rivale di Hasse – composte a Dresda alla fine di una carriera ormai declinante – ma anche dalla qualità di uno stile violinistico che s’impone all’attenzione. Se è vero che l’esercizio operistico influenza la scrittura strumentale, a detta di Fertonani occorrerebbe verificare se non si possa affermare anche l’inverso, dal momento che l’apprendistato nei conservatorii, documentato da una messe di manoscritti, implicava un approfondimento assai dettagliato dell’armonia e del contrappunto.

Nella seduta che ha aperto il Convegno, l’intervento di Roberto De Simone, annunciato con il titolo Pergolesi in Olimpiade, è apparso non privo di originalità. L’autore della memorabile regia del Flaminio, allestito al San Carlo nel 1986, non ha esitato a manifestare qualche riserva sulla necessità di un rigore filologico nella rappresentazione. Circa tale questione, ch’egli si pone in vista di una sua “riscrittura” dell’Olimpiade, scelta per inaugurare la prossima stagione del massimo teatro napoletano, egli ritiene che non sia possibile riprodurre, nelle esecuzioni moderne, le sonorità nate in una lontana temperie storica. Nell’esprimere tuttavia molte riserve sugli esperimenti di “attualizzazione” di testi teatrali d’epoche ormai lontane, De Simone s’è dichiarato attento alle esigenze dello spettatore contemporaneo. Di qui, ad esempio, la decisione di sopprimere, nella versione da lui curata, i recitativi dell’Olimpiade, per sostituirli, a latere, con interventi di attori o con altri espedienti.

Tra le analisi d’ordine comparativo, le relazioni di Raffaele Mellace («Io v’era frate»: sorelle e fratelli innamorati tra Pergolesi e Hasse) e Mario Armellini (Tiranni spietati e principesse oppresse: scene madri al San Bartolomeo, nell’“Ernelinda” di Vinci (1726) e ne “Il prigionier superbo” di Pergolesi (1733)) hanno proposto, rispettivamente, criteri di valutazione di generi e formule specifiche. Mellace ha posto a confronto due opere, La sorella amante di Saddumene-Hasse e Lo frate ’nnamorato di Federico-Pergolesi. Pur giocate ambedue su dinamiche d’agnizione ed equivoci, esse hanno diversa impostazione. Un’opera seria, in realtà, la prima, con inserti di parti comiche, mentre la seconda configura una tipologia specifica tra le molte declinazioni del genere buffo. Lo studio di Armellini si è focalizzato sulle diverse fatture dei recitativi adottati, per la stessa scena, in due opere, l’Ernelinda e il Prigionier superbo, germinate dalla stessa fonte drammatica: La fede vendicata di Francesco Silvani, musicata da Francesco Gasparini.

Meritano menzione molti altri interventi: mi limiterò a segnalare quello di Roberta Turchi su Le serve padrone, e quelli dei due coordinatori del convegno che, oltre ad essersi sobbarcati la fatica dell’organizzazione, si sono prodotti anche come relatori, con due brillanti contributi, Paologiovanni Maione su Le scene della commedia, Francesco Cotticelli su Il teatro istrionico.

Dopo Napoli, il prossimo appuntamento è a Milano, in maggio 2010, sul tema G.B. Pergolesi: la critica dei testi, i testi della critica.

Marina Mayrhofer
[06.IV.2010]

 

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Utima modifica: 13/04/2010
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