XIII Colloquio di Musicologia del «Saggiatore musicale»
Tavola rotonda su Imparare, leggere, comprare musica nell’Europa del Cinquecento
Bologna, Laboratori DMS, 21 novembre 2009.
Senza ombra di dubbio l’invenzione della stampa ha modificato l’orizzonte dell’etero e dell’autoformazione europea, nella prima età moderna. Quali furono le modifiche culturali determinate o propiziate da tale innovazione nell’àmbito della formazione musicale? chi studiava musica nel Cinquecento e come? chi comprava edizioni di musica? E ancora: qual era il senso attribuito allo studio della musica nella cultura dell’epoca? Questi alcuni degli interrogativi sottoposto a riflessione e discussione nella tavola rotonda Imparare, leggere, comprare musica nell’Europa del Cinquecento, coordinata da Paolo Cecchi (Bologna) e Iain Fenlon (Cambridge).
Nella relazione introduttiva Fenlon ha ricordato che l’invenzione dell’impressione unica a caratteri mobili ridusse in modo sensibile i costi di produzione dei libri musicali a stampa; tale innovazione favorì la diffusione del collezionismo musicale, che dalla sfera degli aristocratici si estese alle classi mercantili e delle libere professioni. La fondazione di accademie musicali diede inoltre luogo alla costituzione di un nuovo àmbito di diffusione della musica a stampa e della pratica musicale. Oltre agli aspetti relativi alla produzione, diffusione, circolazione di libri di musica, Fenlon ha sottolineato come già nel Cinquecento si possa riscontrare il progressivo affermarsi di un particolare uso della musica a stampa: la lettura silenziosa, privata, la cui storia rappresenta ancora un difficile banco di prova per lo studioso.
Kate van Orden (Berkeley) si è occupata di un genere specifico: le chansons pubblicate per i tipi di Pierre Attaignant a Parigi nel secondo quarto del Cinquecento. I libri di chansons presentano caratteristiche specifiche: si tratta quasi sempre di antologie prive di dedica, nelle quali i nomi dei compositori spesso mancano. Tali peculiarità, che distinguono questi prodotti d’oltralpe dalle raccolte italiane coeve, vengono ricondotte da Van Orden al diverso contesto sociale da cui promanano, sulla scia di indagini come quelle di Roger Chartier, che mettono in relazione la storia del libro con la storia sociale.
In misura ancora maggiore, gli interventi di Franco Piperno (Roma), Richard Wistreich (Newcastle upon Tyne), Amedeo Quondam (Roma) e Paolo Cecchi hanno posto in evidenza il rilievo sociale attribuito alla capacità di ‘fare musica’ negli ambienti colti del Cinquecento, come documentano (e come prescrivono) le mirabili pagine dedicate da Castiglione all’arte dei suoni nel Libro del Cortegiano (1528). Piperno ha messo in luce, sulla base di testimonianze per lo più epistolari, come nel Cinquecento la musica da un lato fosse considerata un ‘oggetto’ degno di essere posseduto e conservato, e dall’altro fosse intesa come una componente fondamentale della cultura, di cui giovava conoscere i rudimenti: l’orecchio era visto come una “porta dell’anima”, ed era importante saperne padroneggiare i meccanismi. Wistreich dal canto suo ha illustrato come la musica, intesa come metafora e come artefatto, abbia dato luogo a tipi specifici di sociability (socievolezza , convivialità). Mediante il ricorso a manuali quali la Plaine and Easie Introduction to Practicall Musicke di Thomas Morley (1597) e The French Schoolemaister di Claudius Hollybande (1573), nonché a fonti iconografiche, Wistreich ha tracciato e caratterizzato possibili contesti, per lo più di natura conviviale, che prevedevano l’esecuzione di musica con lettura all’impronta. Amedeo Quondam, nel ritessere le fila delle riflessioni fino a quel momento emerse dalla tavola rotonda, si è in particolar modo soffermato sul concetto di literacy, spesso evocato del corso della giornata (la traduzione del termine con l’italiano ‘alfabetizzazione’ è stata infatti messa in questione). Quondam vede l’origine del concetto di literacy nell’idea umanistica di institutio, che coinvolge saperi e costumi, e concorre alla formazione di una ‘seconda natura’, di origine tutta culturale. Paolo Cecchi ha infine dedicato il proprio intervento all’apprendimento femminile della musica in àmbito nobiliare nella prima età moderna: l’arte dei suoni era intesa come mezzo per formare al tempo stesso la virtù interiore e la grazia esteriore della dama.
La tavola rotonda – concepita, va detto, più come un convegno che come vera e propria sede di dibattito attorno ad un tavolo comune – ha permesso di illustrare alcuni contesti dell’educazione musicale cinquecentesca, in particolare quello nobiliare, nonché il valore della performance musicale in àmbito conviviale. Di certo si tratta di temi rilevanti per chiunque si occupi di pedagogia musicale, dato che la conoscenza storica delle pratiche formative non può che andare ad arricchire la visione globale della disciplina.
Le relazioni della tavola rotonda verranno pubblicate in uno dei prossimi numeri della rivista «Il Saggiatore musicale».
Maria Semi
[06.IV.2010]
Utima modifica: 13/04/2010
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