Perché la progettazione delle città smart può essere una grande occasione per parlare di giusta giurisdizione e di equa cura della persona
Daniela Piana
Una serata tersa d’estate, lo sguardo puntato verso il cielo, in assenza di fonti di luce artificiale, la costellazione di Chirone può apparire. Densa e luminosa, essa popola l’immaginazione e volentieri induce a sacrificare qualche margine di pensiero razionale strumentale per un istante di reverie in mitologia. Ibrida la sua natura, nel dilemma fra ancorarsi alla vita dell’esperienza o librarsi nell’idea del pensiero perfetto, il centauro è una bella metafora di come sia la progettualità delle nostre città.
Le chiamiamo smart cities, usando un’espressione ormai arricchita di aggettivi connotativi, come resilienti, e di funtori anch’essi positivamente connotati, come “capaci di apprendere”. Le città pensate con l’ausilio e ancor più sovente il primato della razionalità, la forma stessa della regolarità del vivere fra servizi e beni che meglio incontrano i bisogni e le aspettative (perché fondati su una conoscenza tratta da dati massivi e consolidata in algoritmi predittivi), appaiono come la proiezione concreta e materiale di un ideale di città ideale che, perduta forse l’allure di Leon Battista Alberti, hanno sulla strada della modernità digitale acquisito l’appeal della razionalità potenziata.
Assistiamo così a una sorta di innalzamento dello status del demiurgo che, rinunciando volentieri alla parte esperienziale di Chirone, si concentra sulla parte forse più rassicurante e di certo più perfetta e ben tratteggiata, che è quella del pensiero. Un pensiero che diviene calcolo e si declina in modo dominante in decisioni prese con l’ausilio di una razionalità computazionale, che, potendo dirci quali potrebbero essere i bisogni di cura e di servizi alla persona nella città di domani date le variabili socio-demografiche, economiche, strutturali, di un determinato territorio, ci permette di progettare in modo più rispondente alle aspettative dei cittadini e, dunque, riteniamo, più legittimo.
Eppure, qualcosa sfugge. Qualora anche l’eguaglianza di accesso alle opportunità di cura e di benessere della persona siano assicurate da un design dedotto da una rappresentazione numerica e computabile della città, mancheremmo di considerare ciò che rende quelle opportunità delle vie di valore nella vita delle singole persone se non tenessimo anche conto dei loro contesti di vita. Quello che dal punto di vista del calcolo di rispondenza fra bisogni previsti e servizi distribuibili potrebbe apparire, in quanto ispirato al principio della uguaglianza di accesso, una forma di giustizia, apparirebbe – se non accostata ad una effettività di fruizione di quelle opzioni – una forma di trappola determinata dai sunk cost. L’esistenza di policy che siano capaci di affiancare le persone durante la fruizione delle opportunità di scelta, al cui accesso la parte pensante di Chirone avrebbe dedicato la più sofisticata progettualità fondata sui dati, è vitale e non derogabile se si vuole immaginare che nel ciclo di vita delle persone l’eguaglianza di accesso si traduca in una equa esperienza.
La questione può apparire del tutto estranea a chi si occupa di giurisdizione e di giustizia ma non lo è.
La larga parte dell’attenzione che anche i fora internazionali hanno dedicato alla governance nel corso degli ultimi trent’anni è orientata a promuovere una migliore architettura delle forme di accesso all’istruzione, alla sanità, alla giustizia. Tale accesso è pensato in un’ottica che, giustamente, è ispirata da un principio che trascende contesti di vita e che si vuole universalistico ovvero universalizzabile, secondo la regola aurea kantiana, che vuole che la accettabilità nell’ottica della razionalità pratica sia legata proprio alla possibilità di estendere un principio di azione ad un numero infinito e ad un ventaglio indeterminabile a priori di situazioni possibili. Questo principio è l’uguaglianza. Cardine e arco di volta nel mondo della giustizia ed in particolare in quello snodo cruciale per il patto costitutivo di una società che è declinato nei termini di una egual posizione di tutti dinnanzi alla regola del diritto e soprattutto dinnanzi alla istanza preposta alla sua attuazione e alla sanzione delle sue violazioni.
La predominanza, ovvero la dominanza assoluta della questione dell’architettura dell’accesso, ossia dell’arco che segna il varco di accesso alle opportunità con cui le persone si avventurano nella fruizione di servizi che rispondono a diritti fondamentali, come la giurisdizione, la sanità, l’istruzione, ha tuttavia indotto un abbassamento, se non un totale oblio, di ciò che dopo l’arco accade. Ossia della esperienza. Esperienza della giurisdizione, della cura, dell’istruzione. Esperienza. Un’esperienza che ha a che vedere con la vita nel contesto che le persone nei fatti vivono. Insomma, abbiamo dimenticato una parte di Chirone. E la costellazione che ci doveva guidare come luce in una complessità che a volte ci oscura si è di molto indebolita.
Tutto è perduto? Assolutamente no. Forti di ciò che abbiamo appreso – e appreso a fare – nell’occuparci dell’importanza dell’accesso e dell’arco con la sua chiave di volta – l’eguaglianza – la progettazione delle città smart ci offre una straordinaria opportunità per pensare la governance in un’ottica evolutiva e per metterci nelle condizioni di pensare di utilizzare anche l’intelligenza che ci viene dai dati e dalla loro elaborazione, possibile grazie alla potenza delle macchine. Ciò ci permette di pensare la fase successiva a quella di accesso, in cui mettere in campo una razionalità architettonica “aumentata” che sia davvero demiurgica. Fra ideale e reale, fortemente ancorata alla materia della vita vissuta dai cittadini, il demiurgo si muove pensando all’ordine sociale e politico tenendo conto delle situazioni nelle quali le persone sono e a partire dalle quali esse fruiscono di accessi.
Cosa significa? Significa che la qualità della giurisdizione sarà anche connessa, oltre che con la qualità dell’accesso, anche con l’accompagnamento “nella giurisdizione” di tutti i cittadini e, in particolare delle persone a rischio di vulnus. Significa che la qualità dei servizi di cura alla persona sarà legata, oltre che con la qualità dell’accesso, anche con la sostenibilità nel ciclo di vita degli effetti delle cure. Significa che la qualità dei servizi educativi e culturali dovrà declinarsi in una prospettiva lifelong, per tutta la vita.
Ambizioso? Non più di quanto sia la progettazione di città intelligenti. Peraltro, siamo fortunati. Pare che alla fine Chirone abbia trovato nella costellazione un punto di equilibrio duraturo e che il demiurgo sia sopravvissuto alle vicissitudini del premoderno e del moderno. Certo è possibile che non si riesca a declinare nei progetti delle città smart tutte le forme di intelligenza di cui abbiamo bisogno per vivere. Ma è anche vero che potrebbe essere auspicabile conservare un frammento di secondo per una intelligenza che in parola non si esprime e nel pensiero non indugia. Una sorta di fuoco sacro da cui lasciare emergere una scintilla di fantasia, refrattaria alla predittività.
