Con la traduzione italiana dell’Odissea di Nikos Kazantzakis (Crocetti, Milano 2020) a 82 anni dalla sua prima edizione greca, un nuovo ritratto di Ulisse si aggiunge a quelli che ciascuno di noi allinea nella propria galleria ideale. Per dire, l’Ulisse di Luigi Dallapiccola, uno dei capolavori del teatro musicale del Novecento; ma anche le rivisitazioni letterarie e filosofiche dell’eroe omerico dall’antichità al Novecento proposte nel bel libro di Piero Boitani, L’ombra di Ulisse. Figure di un mito (il Mulino, Bologna 1992).

A Kazantzakis (autore dei romanzi Zorba il Greco e L’ultima tentazione di Cristo) servirono 13 anni e sette stesure per giungere alla meta di 33.333 decaeptasillabi giambici (l’Iliade e l’Odissea, insieme, raggiungono poco meno di 28.000 versi) con cui ha voluto rendere l’esametro omerico ma anche “il respiro delle onde del mare di Creta”, sua isola natale. Come si legge nella preziosa introduzione di Nicola Crocetti, il traduttore italiano, si tratta di un’opera “fluviale, proteiforme, poliedrica, straordinariamente complessa e visionaria”. I punti di partenza ideali sono la profezia di Tiresia dell’Odissea e l’Ulisse dantesco assetato di “virtute e canoscenza”.

Ritornato a Itaca, morto il padre, e dopo aver favorito le nozze di Telemaco con Nausicaa, Ulisse abbandona la patria con cinque compagni, di cui uno flautista, e intraprende un nuovo viaggio che lo porterà a Sparta. Da qui riparte con Elena, per Creta, poi in Egitto alla ricerca delle fonti del Nilo, nelle vicinanze fonderà una città ideale. Infine, prima a bordo di una barca/bara e poi su un kayak, va al Polo Sud, dove, ormai vecchio e solo, si consegna alla morte che gli ha concesso il tempo necessario per vedere l’aurora australe. Dopo una vita vissuta con straordinaria pienezza, la Morte troverà di lui soltanto rimasugli insignificanti.

Innumerevoli sono gli aspetti di grande interesse in quest’opera, un vero capolavoro del Novecento. In primis quello linguistico: l’autore viaggiò per anni per tutta la Grecia alla ricerca di parole in via di estinzione, che rendono la lingua allo stesso tempo antica e modernissima. Poi quello ideale: Ulisse è un uomo (più che un eroe) che prende posizione, partecipa, lotta, vince e perde, incarnando figure diverse ma tutte positive, come un Che Guevara ante litteram, ma anche come Mosè o san Francesco. Liberatosi della patria, della famiglia e dei suoi averi, Ulisse pian piano si libera persino del Dio che cercava, quando un terremoto rade al suolo la sua città ideale proprio nel giorno dell’inaugurazione. L’eroe giunge, infine, alla condizione che l’autore ha scelto come proprio epitaffio: “Non spero niente. Non temo niente. Sono libero”.

In questo testo poetico la bellezza è profusa a piene mani. Immagini indimenticabili si susseguono senza posa, prima fra tutte quelle di Elena dagli “occhi stellati” e dal “riso di mandorla”. Indimenticabili l’ultimo viaggio verso la morte e quella che in Heimat Edgar Reitz ha definito “la festa dei vivi e dei morti”, venuti idealmente a salutare l’eroe morente. E che dire del Sole, che nell’Epilogo torna a casa “in collera”, prende a calci il tavolo, rifiuta il cibo che la madre gli ha preparato perché ha visto “svanire come un pensiero” il suo amato? L’Odissea di Kazantzakis non è soltanto molto bella, ma attiva mille riflessioni, intrecci, associazioni di idee che ne rendono la lettura un viaggio indimenticabile, lungo e pacato che ciascun lettore costruirà da sé seguendo i tanti spunti e stimoli che l’autore vi ha disseminato. Parlando della prima esecuzione delle Vexations di Erik Satie e della sua smisurata durata (18 ore e 40′), John Cage disse: “Avevamo previsto tutto, salvo una cosa: che, dopo, la nostra vita sarebbe cambiata”. La lettura dell’Odissea di Kazantzakis potrebbe avere lo stesso effetto.


Antonio Trudu
già Professore associato di discipline musicologiche
Università di Cagliari