Benché la nostra sia una società sempre più visivo-centrica, la comunicazione orale è ben lungi dal dissolversi o scomparire. I nuovi media, soprattutto, compongono scenari comunicativi nuovi basati sulla trasmissione sonora: essi mettono in discussione le acquisizioni maturate nella “grande stagione” degli studi sulla comunicazione umana degli anni ’60-’80 (Marshall McLuhan, Eric Haveloc, Walter Ong e così via). 

Per dire, il testo scritto, che siamo abituati a pensare durevole nel tempo, oggi può essere qualcosa di evanescente, distruttibile all’istante, per esempio nella messaggistica SMS o Whatsapp. Da parte sua, la comunicazione orale, effimera nella sostanza, viene sempre più spesso registrata in modi e forme differenti, determinando processi di monumentalizzazione che vanno oltre il semplice raccogliere registrazioni di eventi sonori. 

Breve esempio. Il “piccolo mondo musicale” de sa boghe ‘e chiterra (canto a chitarra del centro-nord Sardegna), una pratica assai raffinata e virtuosistica, accanto ai saperi condivisi appresi oralmente, “si fonda” oramai su un corpus smisurato (alcune migliaia di documenti sonori diversi) di registrazioni di performance: dischi e incisioni di gàlas (gare su palcoscenico, il  contesto esecutivo principale) dagli anni Cinquanta ad oggi che circolano largamente fra performers e fruitori. Oltre ad essere ascoltati in privato, tali materiali vengono sovente fruiti e discussi collettivamente (magari via Facebook o altri social). Non si tratta di un generico parlare, bensì di un ragionare, a suo modo analitico, sulle evidenze delle tracce sonore: si costruiscono pantheon di “grandi artisti del passato”, gerarchie, filiazioni, estetiche, modelli interpretativi, si criticano o lodano le scelte dei cantori e chitarristi di oggi. Un discorrere che incide sull’esito musicale: cantori e chitarristi hanno coscienza della propria pratica quanto mai articolata e profonda e possono interagire con il proprio pubblico in modi e forme inaudite. Se in generale, nelle culture orali del passato le “cose musicali” (e non solo quelle) venivano discusse a lungo per non stabilirsi mai realmente, nelle odierne oralità (o forse post-oralità) hanno l’evidenza di un file! 

Per altro verso ho studiato, in Sardegna e Corsica, alcuni casi di quartetti di canto confraternale trasmesso oralmente che hanno “creato nuovi brani”, spesso per venire incontro a specifiche richieste delle rispettive comunità. Operando insieme, provando a fare “qualcosa di nuovo” all’interno del modello performativo condiviso, registrando e riascoltando immediatamente ciascun passaggio, questi gruppi sono arrivati a fissare su file il risultato condiviso del proprio lavoro. Tali “nuovi brani”, inseriti nei contesti paraliturgici o rituali, sono quindi diventati appannaggio di altri gruppi di cantori dello stesso paese i quali, di fatto, ripropongono “fedelmente” – quasi delle cover – la registrazione fissata dal gruppo “creatore”: un comportamento estraneo alla “normale” pratica esecutiva che prevede sempre l’interpretazione/personalizzazione dei brani, soprattutto in situazioni contestuali. 

Casi del genere paiono ribaltare l’idea condivisa che quella fondata sull’oralità sia una pratica musicale poco precisa ed estemporanea. In realtà, la complessità e varietà dei fenomeni consentiti dalla tecnologia e dai media, mentre creano originali forme di comunicazione musicale, rendono poco efficaci le nostre consuete generalizzazioni (e, per dire, fanno sì che espressioni come “musica di tradizione orale” risultino poco o punto significative). 

I nuovi spazi e modi dell’oralità oramai concernono (quasi) ogni pratica musicale, comprese quelle comunemente definite come “musica d’arte” (occidentale e non), combinando in maniera inestricabile tendenze verso forme di standardizzazione e/o verso forme di espressività quanto mai deliberate e consapevoli, intrecciandosi altresì con le nuove dimensioni della scrittura e dell’alfabetizzazione: separare un aspetto dall’altro oggi non ha più senso. Eppure, lo studio dell’oralità continua a trovare spazio solo nell’ambito delle scienze sociali e nell’etnomusicologia. Superare retaggi ideologici del passato, ragionare insieme sulle nuove (post)oralità, dialogando da differenti prospettive interpretative credo sia oggi quanto mai necessario e financo urgente! 

Ignazio Macchiarella

Professore ordinario di Etnomusicologia

Università di Cagliari – Dipartimento di Storia, Beni Culturali e Territorio

Nuove oralità in questione

Benché la nostra sia una società sempre più visivo-centrica, la comunicazione orale è ben lungi dal dissolversi o scomparire. I nuovi media, soprattutto, compongono scenari comunicativi nuovi basati sulla trasmissione sonora: essi mettono in discussione le acquisizioni maturate nella “grande stagione” degli studi sulla comunicazione umana degli anni ’60-’80 (Marshall McLuhan, Eric Haveloc, Walter Ong e così via). 

Per dire, il testo scritto, che siamo abituati a pensare durevole nel tempo, oggi può essere qualcosa di evanescente, distruttibile all’istante, per esempio nella messaggistica SMS o Whatsapp. Da parte sua, la comunicazione orale, effimera nella sostanza, viene sempre più spesso registrata in modi e forme differenti, determinando processi di monumentalizzazione che vanno oltre il semplice raccogliere registrazioni di eventi sonori. 

Breve esempio. Il “piccolo mondo musicale” de sa boghe ‘e chiterra (canto a chitarra del centro-nord Sardegna), una pratica assai raffinata e virtuosistica, accanto ai saperi condivisi appresi oralmente, “si fonda” oramai su un corpus smisurato (alcune migliaia di documenti sonori diversi) di registrazioni di performance: dischi e incisioni di gàlas (gare su palcoscenico, il  contesto esecutivo principale) dagli anni Cinquanta ad oggi che circolano largamente fra performers e fruitori. Oltre ad essere ascoltati in privato, tali materiali vengono sovente fruiti e discussi collettivamente (magari via Facebook o altri social). Non si tratta di un generico parlare, bensì di un ragionare, a suo modo analitico, sulle evidenze delle tracce sonore: si costruiscono pantheon di “grandi artisti del passato”, gerarchie, filiazioni, estetiche, modelli interpretativi, si criticano o lodano le scelte dei cantori e chitarristi di oggi. Un discorrere che incide sull’esito musicale: cantori e chitarristi hanno coscienza della propria pratica quanto mai articolata e profonda e possono interagire con il proprio pubblico in modi e forme inaudite. Se in generale, nelle culture orali del passato le “cose musicali” (e non solo quelle) venivano discusse a lungo per non stabilirsi mai realmente, nelle odierne oralità (o forse post-oralità) hanno l’evidenza di un file! 

Per altro verso ho studiato, in Sardegna e Corsica, alcuni casi di quartetti di canto confraternale trasmesso oralmente che hanno “creato nuovi brani”, spesso per venire incontro a specifiche richieste delle rispettive comunità. Operando insieme, provando a fare “qualcosa di nuovo” all’interno del modello performativo condiviso, registrando e riascoltando immediatamente ciascun passaggio, questi gruppi sono arrivati a fissare su file il risultato condiviso del proprio lavoro. Tali “nuovi brani”, inseriti nei contesti paraliturgici o rituali, sono quindi diventati appannaggio di altri gruppi di cantori dello stesso paese i quali, di fatto, ripropongono “fedelmente” – quasi delle cover – la registrazione fissata dal gruppo “creatore”: un comportamento estraneo alla “normale” pratica esecutiva che prevede sempre l’interpretazione/personalizzazione dei brani, soprattutto in situazioni contestuali. 

Casi del genere paiono ribaltare l’idea condivisa che quella fondata sull’oralità sia una pratica musicale poco precisa ed estemporanea. In realtà, la complessità e varietà dei fenomeni consentiti dalla tecnologia e dai media, mentre creano originali forme di comunicazione musicale, rendono poco efficaci le nostre consuete generalizzazioni (e, per dire, fanno sì che espressioni come “musica di tradizione orale” risultino poco o punto significative). 

I nuovi spazi e modi dell’oralità oramai concernono (quasi) ogni pratica musicale, comprese quelle comunemente definite come “musica d’arte” (occidentale e non), combinando in maniera inestricabile tendenze verso forme di standardizzazione e/o verso forme di espressività quanto mai deliberate e consapevoli, intrecciandosi altresì con le nuove dimensioni della scrittura e dell’alfabetizzazione: separare un aspetto dall’altro oggi non ha più senso. Eppure, lo studio dell’oralità continua a trovare spazio solo nell’ambito delle scienze sociali e nell’etnomusicologia. Superare retaggi ideologici del passato, ragionare insieme sulle nuove (post)oralità, dialogando da differenti prospettive interpretative credo sia oggi quanto mai necessario e financo urgente! 

Ignazio Macchiarella

Professore ordinario di Etnomusicologia

Università di Cagliari – Dipartimento di Storia, Beni Culturali e Territorio

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