Musica a scuola. Perché? Per chi? Un vuoto da riconsiderare (e colmare)

‘[…] verrebbe fatto di chiederci qual è il posto che vien dato alla musica nel grande quadro delle espressioni artistiche nei Licei e nelle Università.
Come per le arti figurative e plastiche la riproduzione, il disegno, il commento possono evocare nella mente dello studioso il ricordo dell’opera d’arte, o, almeno, stimolarne il desiderio, perché uno stesso insieme di commenti, di riferimenti storici o letterari non potrebbe esser fatto in modo di suscitare un sempre più fervido, un sempre più acuto desiderio anche di musica?
Perché non si dovrebbe tendere alla musica con un sentimento del tutto spontaneo, far sì che tutti i giovani secondo le varie attitudini s’interessassero del fatto musicale non meno di quello pittorico o architettonico, cioè di un qualsiasi altro fatto artistico?’

Sarebbe divertente, e forse non del tutto inutile, ‘giocare’ ad indovinare la corretta datazione del frammento appena riportato. Non avendo a disposizione, in tempo reale, interlocutori capaci di raccogliere il guanto della sfida, invalido il gioco e rivelo subito la soluzione: 1948. Settantatre anni fa. Ho utilizzato il termine ‘divertente’ proprio perché queste righe potrebbero benissimo essere state scritte l’altroieri o un anno fa. Oppure all’indomani di una bella tavola rotonda come quella organizzata dall’Associazione Nazionale dei Critici Musicali (in collaborazione col «Saggiatore Musicale») nel febbraio del 2021, con l’obiettivo di far dialogare musicologi e critici musicali su un tema comune: ragioni, forme e tipologie dei ‘discorsi’ sulla musica. Alcune delle riflessioni proposte in quella sede, tra l’altro, finivano proprio per sottolineare la sostanziale mancanza di una corretta consapevolezza lessicale, storica e teorica relativamente alla musica ‘colta’ (la precisazione non è discriminante: può, al contrario, risultare profittevole proprio per affinare gli strumenti d’indagine e favorire progettualità specifiche e consapevoli) in contesti non specialistici. E di come, oltretutto, questa evidenza ponga in risalto lo ‘svantaggio’ della musica stessa rispetto ad altri linguaggi e ad altre forme dell’esperienza quotidiana. Si provi a chiedere, ad esempio, ad un campione di dieci interlocutori assolutamente disomogenei per formazione e attitudini (possibilmente né calciatori né musicisti), di definire ‘fuorigioco’ e ‘cadenza sospesa’: e si rifletta, poi, sull’esito della micro-inchiesta.

Ricominciamo daccapo. Il frammento riportato è tratto da un intervento proposto da Gabriele Bianchi (1901-1974), compositore e didatta, nel corso del Quinto Congresso di Musica, svoltosi a Firenze nel 1948. Nel vivo della ricostruzione post-bellica ci si interrogava sui possibili orizzonti estetico-formali della musica, sulla sua ‘posizione storica’, sul suo ruolo nella società e – inevitabilmente – sulla sua incidenza nella formazione dei cittadini. Quasi settantacinque anni dopo, nonostante nel frattempo sia maturata, in relazione a tali questioni, una ricca bibliografia di riflessioni storiche e critico-metodologiche, la ‘vecchia’ sollecitazione di Bianchi sembra ancora inascoltata. Questo anche a causa di due grandi errori di interpretazione, costantemente reiterati nel corso degli anni. Il primo: la convinzione che la conoscenza della storia (e della teoria, dell’estetica, ecc.) della musica sia necessaria solo in quanto ‘complementare’ all’apprendistato tecnico-strumentale. Il secondo: l’idea che la musica afferisca per lo più alla sfera dello spettacolo e dell’intrattenimento; e che non sia, quindi (a differenza, ad esempio, della letteratura e delle arti figurative) dotata di un significativo orizzonte semantico e culturale capace di oltrepassare il ‘momento esecutivo’.

Sarebbe fin troppo semplice dimostrare l’erroneità di tali presupposti, e la centralità (estetica: e quindi storico-culturale) dell’esperienza musicale nella vicenda personale di ciascuno di noi. È meno semplice, ma quantomai necessario, dare un seguito concreto a tali riflessioni, e rivalutare fin da subito la possibilità di includere la musica in un più maturo ed inclusivo orizzonte didattico. Proposte ne esistono: perché non prenderle seriamente in considerazione?

Emanuele Franceschetti
Dottorando di ricerca in Musica e Spettacolo
Dipartimento di Storia, Antropologia, Religioni, Arte, Spettacolo
Università di Roma ‘La Sapienza’

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