Ventiduesimo Colloquio di Musicologia
del «Saggiatore musicale»

Bologna, 23-25 novembre 2018

 

Abstracts

Matteo Quattrocchi (Milano)
Preistoria dell’edizione critica di melodrammi ottocenteschi italiani: alcuni casi di prassi direttoriale

Come tutti sanno, la storia delle edizioni critiche dell’opera italiana nasce nel 1969 con la pubblicazione del Barbiere di Siviglia a cura di Alberto Zedda.

Se è vero che l’opera più celebre del “Cigno di Pesaro” visse la gloria di un tale primato, tuttavia, pochi anni prima, il mondo musicale avrebbe dovuto assistere alla nuova veste filologica di un’altra celeberrima opera: Rigoletto. Questo progetto non andò in porto, ma il contesto discorsivo del suo fallimento appare ancora oggi oltremodo interessante.

La ricerca aspira ad assemblare le tessere di un mosaico, riconducibile a quella che Emilio Sala ha definito la “preistoria” dell’edizione critica dell’opera italiana dell’Ottocento. Nel luglio del 1958, «La Scala», periodico dedicato all’opera italiana e alla vita musicale, pubblicò un articolo polemico di un giovane direttore d’orchestra australiano: Denis Vaughan. Divenuto quattro anni prima assistente alla direzione di Sir Thomas Beecham (figura chiave nella personalità artistica dell’australiano), denunciava una serie di discrepanze esistenti fra le partiture a stampa pubblicate da Ricordi e i manoscritti autografi di Verdi. L’idea che le partiture di Verdi, così come quelle di Puccini – le accuse di Vaughan investirono anche l’operista di Lucca –, fossero state severamente violate e trasfigurate risuonò come una minaccia per la tradizione esecutiva italiana.

Ma come si riflette tale polemica nella pratica direttoriale? L’esame ravvicinato di alcuni casi concreti può se non altro offrire qualche spunto di riflessione per storicizzare in senso “genealogico” una stagione fondamentale della ricezione dell’opera italiana: quella delle edizioni critiche.