De gustibus… Educazione estetica come esercizio critico

Il gusto, la capacità di godere del bello, sembra a prima vista sottrarsi a un processo educativo, che appare insieme troppo limitato e troppo vago. Non sappiamo neanche bene cosa sia questa facoltà, e lo stesso dominio dei suoi oggetti non è facile da circoscrivere. In fatto di gusto, non si trova una guida affidabile nella pura ragione, con le sue regole, e neppure nel sentimento, con i suoi moti coinvolgenti. In mancanza di una tale guida, come distinguere ciò che ha qualità estetica da ciò che non l’ha? Non è forse già questa la cosa più difficile, il punto di arrivo? Il vizio è circolare: devo avere già un gusto sviluppato per imparare a gustare. Sembrerebbe così impossibile fondare, accrescere e perfezionare questa indefinibile facoltà.

E se le cose non stessero proprio così? Forse la nostra impresa non è poi così disperata. Vediamo. Chiediamoci per prima cosa perché, tra i cinque sensi, viene riferito proprio al gusto il senso estetico. Forse perché nel gustare c’è una maggiore coscienza dell’oggetto? Gustare è infatti “assaporare”, apprezzare il sapore, discernere e valutare le qualità del cibo. Significa essere attenti al piacere provocato, e utilizzare questo piacere come metro di giudizio; giudicare attraverso il piacere e trovar piacere nel giudicare. Ma come si può pretendere che ciò che piace a noi debba piacere anche agli altri, ovvero, come direbbero i filosofi, come può il mio piacere valere come regola universale?

Se vogliamo mostrare in che senso il gusto, muovendo dal sentimento del piacere, possa valere come esercizio critico, vanno allora collegate tre cose: il mio piacere, la regolarità dell’oggetto (intesa come rispondenza alle “regole dell’arte”), il giudizio che ne dò. Il mio piacere, rivolgendosi su sé stesso come gusto, mi fa trovare nell’oggetto quella struttura regolare che è la causa del piacere. Riconosciutola, perviene al livello di giudizio, vale a dire riconduce il sentimento soggettivo a un carattere oggettivo. La critica, il giudizio critico, esprime così l’essenza del gusto che si emancipa dal sentimento soggettivo del piacere e pretende al valore di giudizio estetico sull’oggetto. Così facendo, al tempo stesso si affina, ovvero si perfeziona, si alimenta dei risultati delle sue scelte, dà nutrimento alla sua capacità di compierne di sempre più selettive.

Ma se il piacere è la guida, allora ci si può domandare: questo piacere è innato o frutto di una conoscenza, di un apprendistato, di un’educazione? In realtà c’è come una dinamica circolare del piacere, che – come per il cibo, di cui il gusto è in origine il senso proprio – conduce da una prima soddisfazione del bisogno a nuovi gradi di appagamento, ovvero ad oggetti sempre più raffinati, e passa così quasi insensibilmente al godimento di quei beni immateriali, “spirituali”, a cui un’educazione sapiente lo può avviare, proprio additandogli i percorsi, evitandogli i vicoli ciechi e in-segnandogli le tappe di avvicinamento a questo “nuovo ordine di bisogni”(Batteux) in cui consiste l’arte.

Guido Mambella

Dottore di ricerca

Alma Mater Studiorum – Università di Bologna


De gustibus… Educazione estetica come esercizio critico

De gustibus… Educazione estetica come esercizio critico

Il gusto, la capacità di godere del bello, sembra a prima vista sottrarsi a un processo educativo, che appare insieme troppo limitato e troppo vago. Non sappiamo neanche bene cosa sia questa facoltà, e lo stesso dominio dei suoi oggetti non è facile da circoscrivere. In fatto di gusto, non si trova una guida affidabile nella pura ragione, con le sue regole, e neppure nel sentimento, con i suoi moti coinvolgenti. In mancanza di una tale guida, come distinguere ciò che ha qualità estetica da ciò che non l’ha? Non è forse già questa la cosa più difficile, il punto di arrivo? Il vizio è circolare: devo avere già un gusto sviluppato per imparare a gustare. Sembrerebbe così impossibile fondare, accrescere e perfezionare questa indefinibile facoltà.

E se le cose non stessero proprio così? Forse la nostra impresa non è poi così disperata. Vediamo. Chiediamoci per prima cosa perché, tra i cinque sensi, viene riferito proprio al gusto il senso estetico. Forse perché nel gustare c’è una maggiore coscienza dell’oggetto? Gustare è infatti “assaporare”, apprezzare il sapore, discernere e valutare le qualità del cibo. Significa essere attenti al piacere provocato, e utilizzare questo piacere come metro di giudizio; giudicare attraverso il piacere e trovar piacere nel giudicare. Ma come si può pretendere che ciò che piace a noi debba piacere anche agli altri, ovvero, come direbbero i filosofi, come può il mio piacere valere come regola universale?

Se vogliamo mostrare in che senso il gusto, muovendo dal sentimento del piacere, possa valere come esercizio critico, vanno allora collegate tre cose: il mio piacere, la regolarità dell’oggetto (intesa come rispondenza alle “regole dell’arte”), il giudizio che ne dò. Il mio piacere, rivolgendosi su sé stesso come gusto, mi fa trovare nell’oggetto quella struttura regolare che è la causa del piacere. Riconosciutola, perviene al livello di giudizio, vale a dire riconduce il sentimento soggettivo a un carattere oggettivo. La critica, il giudizio critico, esprime così l’essenza del gusto che si emancipa dal sentimento soggettivo del piacere e pretende al valore di giudizio estetico sull’oggetto. Così facendo, al tempo stesso si affina, ovvero si perfeziona, si alimenta dei risultati delle sue scelte, dà nutrimento alla sua capacità di compierne di sempre più selettive.

Ma se il piacere è la guida, allora ci si può domandare: questo piacere è innato o frutto di una conoscenza, di un apprendistato, di un’educazione? In realtà c’è come una dinamica circolare del piacere, che – come per il cibo, di cui il gusto è in origine il senso proprio – conduce da una prima soddisfazione del bisogno a nuovi gradi di appagamento, ovvero ad oggetti sempre più raffinati, e passa così quasi insensibilmente al godimento di quei beni immateriali, “spirituali”, a cui un’educazione sapiente lo può avviare, proprio additandogli i percorsi, evitandogli i vicoli ciechi e in-segnandogli le tappe di avvicinamento a questo “nuovo ordine di bisogni”(Batteux) in cui consiste l’arte.

Guido Mambella

Dottore di ricerca

Alma Mater Studiorum – Università di Bologna


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