Per una geopolitica della conoscenza: alcune esperienze

Nel suo Artificial Hells: Participatory Art and the Politics of Spectatorship (Verso, Londra 2012; trad. it., a cura di C. Guida, Inferni artificiali. La politica della spettatorialità nell’arte partecipativa, Sossella Editore, Bologna 2015), la storica dell’arte britannica Claire Bishop pone l’accento sul Pedagogical Turn che ha investito il mondo dell’arte all’inizio degli anni Duemila. Il capitolo Progetti pedagogici: È possibile far vivere una classe come fosse un’opera d’arte?” pone una lente analitica sulla diffusione di progettualità, contesti discorsivi e scambi relazionali formali e informali, esplicitamente fondati sull’intersezione tra arte e pedagogia. Si tratta di azioni avviate da artisti e curatori contemporanei «impegnati sempre più in progetti che si appropriano degli elementi caratteristici dell’istruzione sia come metodo sia come forma: conferenze, seminari, biblioteche, sale lettura, pubblicazioni, laboratori e perfino scuole in piena regola». Questi “spazi pedagogici” non sono più intesi come collaterali al fare artistico, ma come pratiche integralmente artistiche. Sono concepiti come campi per promuovere la condivisione esperienziale di saperi incarnati nella relazione; ripensare le metodologie, ma anche gli aspetti temporali e spaziali delle forme trasmissive; attivare scambi di conoscenze escluse o marginalizzate nei percorsi formativi classici. Contesti in cui problematizzare il ruolo e la funzione dell’istituzione cultuale dentro la quale sono collocati – musei, festival, gallerie, accademie – con l’intento di forzare certe rigidità sistemiche dei luoghi deputati all’istruzione: modi per decostruire e invertire le gerarchie tra i saperi, le dinamiche di potere, quindi decolonizzare la cultura e descolarizzare la società.

L’artista opera come “attivatore” di un processo che infine lo trascende, in un complesso nodo che convoca la sua piena responsabilità etica ed estetica e, al contempo, attraverso il conseguente passaggio di testimone, l’affidamento nell’azione in-comune dei partecipanti come fondamento politico. Significativo è il caso di The Silent University, piattaforma di conoscenze lanciata dall’artista kurdo Ahmet Öğüt nel 2012 in collaborazione con Delfina Foundation e Tate Modern. Fondata sulla mutua collaborazione tra studiosi e docenti migranti o richiedenti asilo, The Silent University nasce per rendere visibili saperi e competenze silenziate da ostacoli burocratici, leggi, limitazioni linguistiche. Ne fanno parte coloro che, pur avendo avuto una vita accademica nei paesi di origine, non sono più nelle condizioni di esercitare la propria professione a causa del nuovo status. Oggi, grazie a musei, festival teatrali e istituzioni artistiche, esistono sedi a Stoccolma, Amburgo, Ruhr, Amman, Atene, Copenaghen. 

Altro dispositivo pedagogico centrato sul tema migratorio è quello promosso dall’artista e attivista cubana Tania Bruguera, che – facendo tesoro dell’esperienza della Cátedra Arte de Conducta (2002-2009) – ha dato avvio a School of Integration. Durante le giornate di Atlas of Transitions Biennale 2019 a Bologna, Bruguera ha istituito una scuola temporanea modellata su quelle tedesche rivolte a migranti nuovi arrivati, ai quali è richiesta una prioritaria acquisizione di nozioni legate al paese d’accoglienza, a partire dalla lingua. School of Integration ne ha ribaltato la prospettiva: a condurre le lezioni rivolte alla cittadinanza sono stati i membri delle comunità straniere residenti a Bologna e provenienti da Eritrea, Costa d’Avorio, Ucraina, Marocco, Palestina, Comunità Rom, Cina, Senegal, Perù e Iran. Il DAMSLab ha dunque accolto sapienze corporee, perizie artigianali, poesie orali, pratiche simboliche, danze rituali meticciate con tradizioni locali, contaminazioni musicali, interrogandosi su chi detiene il diritto alla costruzione del sapere. Con 70 lezioni e oltre 100 insegnanti provenienti da 53 Paesi, School of Integration è diventata una scuola a tempo pieno per la durata del Manchester International Festival 2019. Prendendo a prestito la caustica ingiunzione di Christoph Schlingensief, Please Love Austria!, la scuola avrebbe dovuto tessere nuove alleanze contro-egemoniche per una geopolitica della conoscenza nelle Wiener Festwochen. Le misure anti-Covid lo hanno, per ora, impedito. 

1. Tania Bruguera, School of Integration, Lezione #Marocco (DAMSLab)

2. Tania Bruguera, School of Integration, Lezione #Africa (DAMSLab)

3. Tania Bruguera, School of Integration, Lezione #Ucraina (DAMSLab)

 

Piersandra Di Matteo

Studiosa, dramaturg e curatrice nel campo delle arti performative

Per una geopolitica della conoscenza: alcune esperienze

Per una geopolitica della conoscenza: alcune esperienze

Nel suo Artificial Hells: Participatory Art and the Politics of Spectatorship (Verso, Londra 2012; trad. it., a cura di C. Guida, Inferni artificiali. La politica della spettatorialità nell’arte partecipativa, Sossella Editore, Bologna 2015), la storica dell’arte britannica Claire Bishop pone l’accento sul Pedagogical Turn che ha investito il mondo dell’arte all’inizio degli anni Duemila. Il capitolo Progetti pedagogici: È possibile far vivere una classe come fosse un’opera d’arte?” pone una lente analitica sulla diffusione di progettualità, contesti discorsivi e scambi relazionali formali e informali, esplicitamente fondati sull’intersezione tra arte e pedagogia. Si tratta di azioni avviate da artisti e curatori contemporanei «impegnati sempre più in progetti che si appropriano degli elementi caratteristici dell’istruzione sia come metodo sia come forma: conferenze, seminari, biblioteche, sale lettura, pubblicazioni, laboratori e perfino scuole in piena regola». Questi “spazi pedagogici” non sono più intesi come collaterali al fare artistico, ma come pratiche integralmente artistiche. Sono concepiti come campi per promuovere la condivisione esperienziale di saperi incarnati nella relazione; ripensare le metodologie, ma anche gli aspetti temporali e spaziali delle forme trasmissive; attivare scambi di conoscenze escluse o marginalizzate nei percorsi formativi classici. Contesti in cui problematizzare il ruolo e la funzione dell’istituzione cultuale dentro la quale sono collocati – musei, festival, gallerie, accademie – con l’intento di forzare certe rigidità sistemiche dei luoghi deputati all’istruzione: modi per decostruire e invertire le gerarchie tra i saperi, le dinamiche di potere, quindi decolonizzare la cultura e descolarizzare la società.

L’artista opera come “attivatore” di un processo che infine lo trascende, in un complesso nodo che convoca la sua piena responsabilità etica ed estetica e, al contempo, attraverso il conseguente passaggio di testimone, l’affidamento nell’azione in-comune dei partecipanti come fondamento politico. Significativo è il caso di The Silent University, piattaforma di conoscenze lanciata dall’artista kurdo Ahmet Öğüt nel 2012 in collaborazione con Delfina Foundation e Tate Modern. Fondata sulla mutua collaborazione tra studiosi e docenti migranti o richiedenti asilo, The Silent University nasce per rendere visibili saperi e competenze silenziate da ostacoli burocratici, leggi, limitazioni linguistiche. Ne fanno parte coloro che, pur avendo avuto una vita accademica nei paesi di origine, non sono più nelle condizioni di esercitare la propria professione a causa del nuovo status. Oggi, grazie a musei, festival teatrali e istituzioni artistiche, esistono sedi a Stoccolma, Amburgo, Ruhr, Amman, Atene, Copenaghen. 

Altro dispositivo pedagogico centrato sul tema migratorio è quello promosso dall’artista e attivista cubana Tania Bruguera, che – facendo tesoro dell’esperienza della Cátedra Arte de Conducta (2002-2009) – ha dato avvio a School of Integration. Durante le giornate di Atlas of Transitions Biennale 2019 a Bologna, Bruguera ha istituito una scuola temporanea modellata su quelle tedesche rivolte a migranti nuovi arrivati, ai quali è richiesta una prioritaria acquisizione di nozioni legate al paese d’accoglienza, a partire dalla lingua. School of Integration ne ha ribaltato la prospettiva: a condurre le lezioni rivolte alla cittadinanza sono stati i membri delle comunità straniere residenti a Bologna e provenienti da Eritrea, Costa d’Avorio, Ucraina, Marocco, Palestina, Comunità Rom, Cina, Senegal, Perù e Iran. Il DAMSLab ha dunque accolto sapienze corporee, perizie artigianali, poesie orali, pratiche simboliche, danze rituali meticciate con tradizioni locali, contaminazioni musicali, interrogandosi su chi detiene il diritto alla costruzione del sapere. Con 70 lezioni e oltre 100 insegnanti provenienti da 53 Paesi, School of Integration è diventata una scuola a tempo pieno per la durata del Manchester International Festival 2019. Prendendo a prestito la caustica ingiunzione di Christoph Schlingensief, Please Love Austria!, la scuola avrebbe dovuto tessere nuove alleanze contro-egemoniche per una geopolitica della conoscenza nelle Wiener Festwochen. Le misure anti-Covid lo hanno, per ora, impedito. 

1. Tania Bruguera, School of Integration, Lezione #Marocco (DAMSLab)

2. Tania Bruguera, School of Integration, Lezione #Africa (DAMSLab)

3. Tania Bruguera, School of Integration, Lezione #Ucraina (DAMSLab)

 

Piersandra Di Matteo

Studiosa, dramaturg e curatrice nel campo delle arti performative

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