Didattica del canto: nuove prospettive di ricerca

Nelle riflessioni fra musicologi, cantanti, insegnanti di canto, direttori d’orchestra, registi, mi è capitato più volte di imbattermi nella domanda: “Come facciamo oggi a sapere come fosse realmente il canto ai tempi di Rossini ?”, e nella sbrigativa risposta: “Non è possibile comprenderlo poiché non ci sono documenti sonori diretti che attestino quale fosse la prassi vocale dei primi dell’Ottocento.” Ritengo necessario andare oltre questa semplice opinione attraverso la sperimentazione di nuove strategie di ricerca. Per fare un po’ di chiarezza in questo vasto argomento, ho affrontato un’indagine focalizzata non soltanto sulla pratica del canto, ma anche e soprattutto sul suo insegnamento e sulla sua trasmissione. Ci si propone dunque di riflettere sui principi fondanti, estetici prim’ancora che tecnici, legati al canto in senso stretto, ma anche e soprattutto alla composizione delle opere e della musica vocale in genere. Si indagherà pertanto quanto la prassi compositiva del tempo, e il pensiero filosofico alla sua base, potessero influenzare sia la sperimentazione tecnica sia quella didattica.

Il discorso legato all’estetica è ben esposto nella trattatistica settecentesca. Tuttavia, con la graduale scomparsa delle voci degli evirati e il progressivo utilizzo delle voci naturali, viene a crearsi un sistema piuttosto codificato attraverso il quale la voce umana è in grado di raggiungere massimi sviluppi in termini di estensione e virtuosismo. Un sistema che trova la sua collocazione, nei primi anni dell’Ottocento, in quella che veniva definita la ‘vecchia scuola di canto italiana’, tramandata dall’ultima generazione dei castrati ai primi grandi interpreti di età rossiniana, i cosiddetti ‘cantanti di metodo’. Ritengo che per ricostruire questo specifico ed articolato ambiente sonoro sia indispensabile indagare il fenomeno da più punti di vista e attuare quindi un approccio multidisciplinare.

Oggi si continuano ad eseguire opere del Settecento e dei primi dell’Ottocento con un’impostazione vocale frutto di una didattica novecentesca che, nella stragrande maggioranza dei casi, ignora i principi tecnico-estetici dell’epoca precedente. Si tratta quindi di una visione e di un consumo del passato che parte dal presente. A mio avviso tale approccio andrebbe completamente capovolto, ripercorrendo in senso cronologico le acquisizioni tecniche ed esecutive, a partire proprio dal passato. Questa, che potrei definire una didattica diacronica, deve servirsi dell’osservazione e dello studio comparato multidisciplinare, chiave e risorsa di ogni sapere complesso. Ecco quindi che l’analisi dello spartito, le conoscenze storico-musicologiche, lo studio della prassi esecutiva, della trattatistica storica, l’ascolto critico delle registrazioni dei primi del Novecento, uniti ad una più ampia conoscenza della vocalità, diventano tutti strumenti indispensabili per questo non semplice obiettivo di ricerca.

 

Simone Di Crescenzo

Pianista, Musicologo

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