Bimbi traviati: l’opera e il pubblico dei giovani in Italia

Tra i problemi più sentiti nel mondo dei teatri d’opera c’è quello del ricambio generazionale del pubblico. E tra le soluzioni più efficaci, sperimentate con successo in molti teatri europei, c’è quella di un convinto investimento sul teatro musicale per ragazzi in età scolastica. Un investimento sul futuro che non ha solo ragioni economiche, dettate dall’istinto di sopravvivenza, ma un valore formativo intrinseco, per la compiutezza di una forma d’arte che sin dai suoi albori ha fuso parola, suono e azione scenica, e che oggi si arricchisce di nuove prospettive legate al multimediale, al digitale, all’interattività. Nei paesi di area germanica c’è una tradizione che affonda le sue radici nella Kinderoper, con un vasto repertorio che va da Engelbert Humperdinck e Paul Hindemith a Detlev Glanert (Die drei Rätsel) e Elisabeth Naske (Die rote Zora); c’è anche un importante filone anglosassone con le famose opere per ragazzi di Benjamin Britten e Peter Maxwell Davies, ma anche di Oliver Knussen (Where the Wild Things Are), Jonathan Dove (The Adventures of Pinocchio) e Richard Ayres (Peter Pan). 

La vastità della produzione permette di delineare precisi caratteri di questo particolare genere operistico: questi lavori devono essere basati su strutture musicali e drammaturgiche chiare e accessibili (questo non vuole dire banali), ricorrendo anche al parlato per rendere sempre comprensibile lo svolgimento dell’azione; devono rappresentare per il giovane pubblico un evento eccezionale, diverso da altre forme di intrattenimento; devono tenere viva la concentrazione, mettendo in scena dei bambini (sia come personaggi che come interpreti) e cori di voci bianche, evitando i momenti puramente strumentali, una delizia per il pubblico degli adulti, ma percepiti dal pubblico giovane come un’incomprensibile sospensione dell’azione. Questo repertorio mostra anche interessanti risvolti pratici per gli addetti ai lavori: si tratta di produzioni poco costose, che garantiscono numerose recite (per le convenzioni con le scuole), offrono molte possibilità a direttori, registi e cantanti emergenti, e danno ai giovani compositori l’opportunità di fare esperienza col mondo del teatro. In Italia, dove l’opera conserva un carattere elitario e dove la passione per il melodramma si tramanda di solito per via familiare, meno attraverso la scuola, i teatri fanno poco per incentivare questo repertorio, anche se ci sono rare e recenti eccezioni, e non mancano i compositori italiani “specializzati” in questo genere, come Paolo Furlani (La casa dei mostri, Il principe granchio) o Pierangelo Valtinoni (Pinocchio, Il mago di Oz). 

La maggior parte delle iniziative messe in campo nei teatri d’opera italiani hanno però un’altra natura, nascono come riduzioni e adattamenti delle opere di repertorio: si portano le scolaresche a vedere Don Giovanni o La Traviata, edulcorando spesso la trama, affidando la narrazione a un attore, trasformando talvolta i personaggi in macchiette, tagliando gran parte dell’opera salvo le arie più famose. È come se, per avvicinare i bambini alla lettura, si usassero non libri modulati sulle varie fasi della loro crescita, ma testi come il Faust di Goethe o Madame Bovary “facilitati”. L’obiettivo di questi progetti didattici sembra quello di spingere il pubblico giovane a familiarizzare non con l’opera come genere, ma con le “arie immortali” che essa contiene. E sono progetti perlopiù infruttiferi: dopo tali esperienze scolastiche, passano gli anni, ma i ragazzi non ripercorrono la strada che porta a un teatro d’opera.

Gianluigi Mattietti

Ricercatore

Dipartimento di Storia, Beni Culturali e Territorio – Università di Cagliari

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