INTERVENTO · Frammenti sulla cultura della legalità a partire dal linguaggio dell’arte

Prelude
Non le avevamo mai viste così. Vuote, dunque piene di significati. Diagonali, dunque piene di possibili incroci di vite. Piazze vuote, pandemiche. Ma non solo. Preludio di un mondo che ci chiama senza voce ad essere disvelato. Un mondo che mai sarà tabula rasa, perché la memoria esige il suo posto. Un mondo che si vuole già migliore. Perché si è auto-generato e rigenerato nella possibilità stessa di riformarsi, o di auto-riformarsi. Il prelude deve essere ascoltato prima che descritto, perché ha in sé molte cose da rivelarci. Quale mondo sarà dipenderà dal nostro modo di guardare non già il reale, ma il possibile. Come ci si attarda a bordo del mare e ci si rende conto che mai l’onda toccherà il fondo, pur essa portandoci del fondo il profumo minerale della vita ai suoi – nuovi o rinnovati – albori.

Adagio
La narrativa che il 2020 ha aperto nel nostro vocabolario sociale è gravida di aspettative. Per tanto tempo non ci siamo occupati di come vivevamo. Semplicemente abbiamo replicato pattern consolidati, corridoi fra spazio e tempo incorporanti ed incorporati in ordini sociali e normativi. A leggere le pagine dei giornali, scorrere i blog, attraversare giustapponendo pagine diverse per fonte e taglio dei social media, ci si rende conto che alla base di molto nuovo dire sul piano dei temi che occupano le prime titolazioni – circolarità ambientale, le case e gli arredi, le città e la sostenibilità del lavoro in versione duale, la governance che viene ispirata o ancorata dai dati massivi, le proiezioni future e futuribili di vite spaziali – estrapoliamo una prospettiva ormai ineludibile di un ponte gettato piano piano verso nuovi paradigmi. Taluni tasselli sostanziali si stanno alacremente plasmando. Ma molto appare allo stadio di un desideratum, perché una volta che si è scoperto lo spazio del possibile, ancorché non altamente probabile – ma quanto è probabile il cigno nero?… – allora ci si concede volentieri il privilegio generazionale di potere pensare a nuovi modus operandi, nuove forme nascendi dell’esserci nel mondo e dell’essere per e con gli altri.

Crescendo
Una sola materia impalpabile attraversa e sorregge l’intero nostro vivere. Ed è la tensione umana a creare un ordine. Un ordine che sia capace di dettare una qualche prevedibilità, si direbbe, ma anche un ordine normativo che sia capace di darci e darsi repère per riconoscerci parte, ovvero partecipi, dunque impegnati, ancorché sovente in modo silente. Nulla è più vero della cultura della legalità che la forma cognitiva, emotiva, sociale per natura sua intrinseca, data alla creazione e alla trasmissione di un modo di pensarsi nel mondo attraverso la creazione di regole che siano capaci di vincolare innanzitutto chi le crea. La legalità nelle leggi è l’epifenomeno di una tensione epistemologica e morale che aspiri ad un ordine in grado di coniugare alla prima persona plurale le diversità del vivere che viviamo alla prima persona singolare. Un epifenomeno di sofisticata e straordinaria ricchezza tecnica, giuridica, istituzionale, che innerva le nostre società democratiche. Ma alla base di tutto deve esservi la cultura. Cultura, nel senso di coltivare nelle menti delle persone quel seme che declina immediatamente il fare attraverso un pensarlo con riferimento a criteri normativi. Pensare con la legalità come stella polare significa pensare l’agire con categorie che hanno già integrato in qualche modo la dimensione collettiva, senza per questo determinare in modo necessario il comportamento, lasciando quello spazio libero che è, in fondo, l’umano.  

Coro
Nel 2022 abbiamo quantomai bisogno di pensare e ripensare la legalità. Non per rifondarla, ma per riappropriarci della bellezza di immaginare con categorie della equità, della sostenibilità, della pluralità, modi nuovi di vivere insieme e di farlo nel rispetto del principio di primazia delle regole rispetto all’arbitrio e alla discrezionalità a rischio di discriminazione.

Nel 2022 abbiamo quantomai bisogno di avvicinarci al tema della legalità con i linguaggi delle arti. Non appaia troppo semplificante e non sia una deminutio nei confronti di chi dei linguaggi di arte fa e coltiva la sublime pratica dell’eccellenza. Ma di certo appare che nessuna impresa umana come quella artistica si qualifica per la capacità di librarsi nella creazione di un significato, di un ordine, di un universo, che è possibile – almeno nel pensiero – e non mai esistito prima. Un atto creativo che non nasce, esattamente come non nasce l’atto del Demiurgo platonico, in vacuum, ma che partendo da materialità e storia in qualche modo, pur prendendone anche lungamente le distanze, forgia linee, prospettiche, cadenze, plot teatrali. Ordini, regolarità.

Dunque occorre pensare alla legalità come al risultato mai definitivo di un coro. Che avvalendosi dei linguaggi artistici pensi in modo diverso, con i linguaggi naturali discuta e pluralisticamente metta in prospettiva critica tali esiti del pensiero creativo applicato alla normatività sociale; e poi con i linguaggi tecnici, giuridico-istituzionali diano la forma della razionalità ragionevole, comunicabile, strutturante, alle norme capaci non solo di generare una regolarità rispettosa della dignità umana, ma anche di aiutarci a creare una identità che sia ‘noi’.

Daniela Piana
Professoressa ordinaria di scienza politica
Dipartimento delle Arti, Università di Bologna

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