Nel panorama della divulgazione musicale, la trasmissione dell’opera sembra oscillare tra due poli opposti: da un lato la conservazione museale, dall’altro la dispersione nei flussi dei nuovi media. Il Messina Opera Film Festival (MOFF), rassegna internazionale dedicata al rapporto tra melodramma, cinema e audiovisivo, si colloca in una “terza via”, ossia un campo di tensione in cui linguaggi differenti ridefiniscono le condizioni stesse della fruizione. Nato con l’obiettivo di interrogare le forme contemporanee di trasmissione e accesso all’opera lirica, il festival è diretto dall’operatore culturale e storico del cinema Ninni Panzera e articola il proprio programma attraverso retrospettive, cortometraggi, proiezioni di film muti con accompagnamento musicale dal vivo e masterclass internazionali. In questa prospettiva, l’intermedialità non assume la funzione di semplice vetrina, ma opera come spazio di confronto critico e di ridefinizione delle pratiche di ascolto e visione.
Particolarmente significative in tal senso sono state le due masterclass che, nell’edizione 2025, hanno coinvolto studenti universitari e delle scuole superiori. La lezione del produttore e regista Andrea Andermann ha preso avvio dai suoi celebri “film in diretta” (Tosca e Traviata con Giuseppe Patroni Griffi, Rigoletto diretto da Marco Bellocchio, Cenerentola con la regia di Carlo Verdone) in cui la performance è sottratta al dispositivo teatrale tradizionale, fondato sulla frontalità del palcoscenico e sulla separazione spaziale tra scena e pubblico, per essere reinscritta nei luoghi concreti dell’azione narrativa e in una temporalità di ripresa coincidente con quella del racconto. Ne deriva una piena sovrapposizione tra dimensione narrativa e mediale, che riconfigura l’esperienza dello spettatore in una forma di “presente continuo”. L’attenzione di Andermann a ogni inquadratura come atto interpretativo sposta il focus dal prodotto al gesto, rendendo manifesto ciò che spesso resta implicito nella fruizione audiovisiva. Nella seconda masterclass il tenore Fabio Armiliato ha ricondotto il canto alla sua dimensione corporea, inscrivendolo nella tensione tra tecnica, intenzione e presenza scenica come insieme stratificato di livelli vocali e gestuali, costitutivi dell’evento scenico-operistico. Su un versante affine si colloca lo spettacolo Resta Diva, in cui Enrico Lo Verso ha riletto la figura di Maria Callas con una riflessione partecipata sui meccanismi di mediazione che trasformano l’interprete in icona.
La pluralità dei linguaggi trova ulteriore sviluppo nell’animazione d’autore, con l’omaggio a Barry J. C. Purves e al suo Rigoletto: l’immagine stilizzata rende leggibili strutture profonde del dramma musicale, evidenziando dinamiche che il realismo scenico tende talvolta a occultare. Il concorso internazionale di cortometraggi dedicato all’opera offre invece uno spaccato sulle pratiche contemporanee di riscrittura audiovisiva del melodramma, mentre la sezione Il canto silenzioso riattiva il rapporto originario tra musica e immagine attraverso la proiezione di film muti (da Georges Méliès a Charlie Chaplin) accompagnati dal vivo dagli studenti del Conservatorio “A. Corelli”.
Accanto a queste aperture, il festival mantiene un saldo ancoraggio alla tradizione attraverso omaggi tematici (nell’ultima edizione al compositore Giuseppe Verdi e alla Carmen di Bizet) e uno sguardo retrospettivo sulle origini del rapporto musica-immagine.
Con l’edizione 2026, in programma dall’1 al 6 dicembre e che include, tra i suoi focus, Turandot di Giacomo Puccini e Fidelio di Ludwig van Beethoven, il MOFF intende confermare la propria funzione: rilanciare il dialogo tra tradizione operistica e nuovi linguaggi dell’immagine, configurandosi al contempo come spazio pedagogico-didattico in cui l’esperienza estetica diviene occasione di apprendimento attivo e confronto critico. In un contesto sempre più segnato dalla contrazione dell’ascolto e dalla trasformazione delle abitudini spettatoriali, la sopravvivenza dell’opera si affida talvolta alla ridefinizione delle sue forme di percezione. Il futuro del melodramma si gioca così anche nella capacità dei dispositivi di mediazione e dei progetti divulgativi di renderlo più accessibile e inclusivo, ampliando le forme di avvicinamento, comprensione e partecipazione di pubblici differenti.
Serena Allegra
Università degli Studi di Milano, Dipartimento di Filosofia
Università degli Studi di Messina, Dipartimento di Scienze Cognitive,
Psicologiche, Pedagogiche e Studi Culturali
