Il compositore è anche un didatta? Ovvero, in che misura la creazione musicale può incidere nella formazione emotiva e intellettuale di quella moltitudine di individui che – collettivamente – definiamo ‘pubblico’? La risposta non è univoca. A ben guardare, anche la madre di tutti i generi rappresentativi – la tragedia classica – è nata con intenti catartici (e quindi formativi); o, venendo alla musica, quando Bach scrive Il clavicembalo ben temperato e L’Arte della fuga lo fa principalmente per esigenze didattico-formative, sebbene si tratti di autentiche pietre miliari della cultura musicale occidentale.
Questa nobile – seppur talvolta pleonastica – intenzione mi ha spinto in varie occasioni verso la scrittura di lavori che potessero anche contribuire al processo formativo lato sensu di chi vi assiste. Ed è così che, per motivi diversi e con fini e risultati difformi, sono nate due opere, Un bullo in maschera nel 2022 e Opera, Amore nel 2025: iniziative distinte ma accomunate dalla mai troppo applicata idea del ludendo docere, insegnare divertendo.
Un bullo in maschera (commissione del Teatro ‘Coccia’ di Novara) è un lavoro nato in seno alla campagna per la lotta contro il bullismo (da cui il calembour col noto titolo verdiano). La sfida era quella di agire su più livelli semantici, per stimolare l’ascoltatore non solo a cogliere le citazioni testuali – magnifico il libretto di Stefano Valanzuolo, che ha parodiato arie tratte dalla tradizione melodrammatica adattandole al contesto drammaturgico del calcio giovanile – ma anche quelle musicali. Queste ultime, infatti, spaziano dal repertorio operistico a quello sinfonico, dalle sigle dei cartoni animati ai cori da stadio, dando luogo ad una partitura adatta a tutte le età: il bambino coglie il sound complessivo, l’adolescente anche la drammaturgia, l’adulto le citazioni pop, lo spettatore “colto” – per richiamare Hans Heinrich Eggebrecht – riconosce anche quelle classiche.
Operazione diversa per target e obbiettivi Opera, Amore, commissione dell’Accademia del Maggio Musicale Fiorentino su iniziativa del Ministero degli Esteri. Confezionare un lavoro versatile, che potesse letteralmente ‘girare il mondo’ quale vessillifero del “Canto Lirico Italiano Patrimonio dell’UNESCO”, non fu impresa facile. Il libretto, altrettanto brillante, firmato da Alberto Mattioli, è stato concepito come un ‘metalibretto’, collage di citazioni letterali, riconoscibilissime, estratte da grandi opere liriche del passato, che coprono cronologicamente i quattro secoli che scorrono dai primordi della Camerata de’ Bardi fino a Puccini. La musica segue lo stesso percorso, ma talvolta cambia rotta: rompe la consueta corrispondenza fra citazioni testuali e musicali, disorienta l’ascoltatore, e suscita una sorta di sorridente umorismo. È un espediente compositivo ben conosciuto, già usato da Carl Philipp Emanuel Bach e Joseph Haydn.
È legittimo chiedersi se questi lavori pertengano al compositore, allo storico della musica o al didatta. La verità è che devono convivere tutte e tre le anime. Il compositore, il ‘creatore’, deve necessariamente fare un passo indietro, rinunciare in parte alla propria creatività, per servire i Maestri che lo hanno preceduto, quindi cucire un abito musicale coerente con la drammaturgia del libretto e con l’intento formativo (lavoro assai più arduo rispetto a scrivere musica ex novo). L’anima dello storico e lo spirito del didatta contribuiscono all’operazione, insieme alla capacità di non prendersi troppo sul serio.
Federico Gon
Compositore, Docente di Storia della musica
Conservatorio “Giuseppe Tartini” di Trieste
